Tutto…e il contrario di tutto

In queste settimane è impossibile non imbattersi in video o articoli che citano le contraddizioni dei politici, dei personaggi pubblici e dell’ “uomo di strada” riguardo al COVID-19: si va dalla minimizzazione della malattia in sé e dell’utilità delle relative misure preventive alla catastrofe generale e all’invocazione di misure drastiche.

In tutta questa confusione, come scegliere? Cosa scegliere? E soprattutto: scegliere o non scegliere?

Ci troviamo, se non altro noi del cosiddetto mondo occidentale, in una condizione di accesso a molteplici fonti di informazione, e mai come prima d’ora nella storia a un’incredibile (a volte insostenibile) quantità di dati, opinioni, argomentazioni. Tutto ciò è legato alla nostra libertà individuale, diritto sacrosanto e di cui non ancora tutta l’umanità può godere: dovremmo esserne felici, no? No. Non sempre, almeno.

Un libro interessante che parla di libertà di scelta si chiama “Il Paradosso della scelta” (The paradox of choice) di Barry Schwartz, psicologo e professore statunitense. La tesi fondamentale del libro è che sebbene ogni persona aneli ad ampliare la sua libertà individuale, quando si trova di fronte a innumerevoli opportunità, paradossalmente si sente peggio rispetto a quando ha davanti un numero più limitato di opzioni fra cui scegliere. Innanzitutto si può innescare quel senso di “paralisi” che impedisce la scelta: ad esempio, nella ragguardevole varietà di tipologie di mascherine di protezione ad oggi in vendita, tante persone non sapendo cosa scegliere, alla fine si lasciano guidare da criteri che poco hanno a che vedere con la funzione del dispositivo, come ad esempio una svendita in farmacia, il fatto che qualcuno della cerchia delle persone fidate l’ha comprata, l’aspetto estetico. Perché quando ci troviamo di fronte a opzioni molteplici e con caratteristiche molto differenti fra loro, anche se pensiamo di fare una scelta razionale, quella scelta è in larga parte guidata dalla nostra parte emotiva. Citando Daniel Kahneman, “di fatto, non prendiamo decisioni sulla base delle esperienze che abbiamo vissuto, ma sulla base dei ricordi che abbiamo di quelle esperienze”; ricordi che spesso sono ammantati di emozioni.

Schwartz poi continua dicendo che un secondo problema che si presenta di fronte alla numerosità delle opzioni è il senso di frustrazione che si prova quando alla fine si decide, in quanto, insieme agli aspetti positivi dell’opzione scelta, ci prendiamo anche quelli negativi, che vanno in un qualche modo a rafforzare gli aspetti positivi delle opzioni che non abbiamo scelto, insinuando costantemente il dubbio di non avere scelto la cosa “giusta”. Nel dibattito pubblico, questo aspetto sembra irrilevante, in quanto sentiamo un personaggio prendere una posizione e dopo qualche giorno sostenere esattamente l’opposto, brandito con la stessa sicurezza di ciò che aveva sostenuto in passato, come se ciò che è finito in fondo ai risultati di Google fosse finito anche in fondo alla memoria di tutte le persone. Però possiamo comunque osservare questo fenomeno nella dialettica – se così si può dire – fra le varie forze politiche, in cui di ogni decisione vengono sottolineati glli aspetti negativi o quelli non del tutto presi in considerazione, creando una comunicazione spesso basata sulla giustificazione della scelta più che sui benefici della stessa (aggiungo: rinforzando nelle persone un senso di sfiducia nei confronti dei politici e della politica più in generale). Perché questo accanimento verso gli aspetti negativi di ogni singola scelta? In quanto, come Schwartz dice, tutta questa scelta fa alzare le nostre aspettative, tanto che miriamo sempre di più alla perfezione: se esiste un solo paio di jeans, afferma nel suo TED, anche se non ci calzano a pennello ce li facciamo andare bene comunque; ma se possiamo scegliere fra una quantità esorbitante di tipologie di jeans, perchè accontentarci?

Quindi, torniamo alle domande iniziali? Se cercando troviamo tutto e il contrario di tutto, come scegliere?

La tesi da cui parte “Overcrowded” di Roberto Verganti, prefessore di Leadership and Innovation al Politecnico di Milano, è che in un mondo così pieno nuove idee, il vantaggio competitivo non sta nel generarne di ulteriori, ma nell’attribuire significati nuovi alle idee, ai prodotti, ma aggiungerei anche alle situazioni.

“Un leader è un fornitore di senso” (Karl Weick): ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Il superamento della paralisi della scelta, della sfiducia nella dirigenza politica o medica, del senso di frustrazione che ogni tanto noi tutti proviamo, si può ottenere non tanto concentrandosi sulle soluzioni (cosa), ma sul perché dobbiamo prendere tali decisioni.

Facciamo un zoom-in e smettiamo per un attimo di pensare alle scelte che i governanti o le personalità pubbliche prendono, per vedere come questo si applica anche alla vita di ciascuno di noi.

In questo momento io sono in quarantena perché ci sono stati dei casi di COVID19 nella classe di mia figlia; tra l’altro se anche non fossi stata costretta in casa per questo motivo lo sarei per via delle restrizioni attualmente in atto nella mia come in altre regioni italiane. Nelle restrizioni come mi sento? Il fatto che non possa andare al ristorante o a trovare gli amici o nello studio a praticare yoga mi fa sentire in trappola? No, perché ho trovato una motivazione al mio comportamento che si avvicina ai miei valori, ovvero che il mio è un atto di gentilezza verso gli altri: potrei propagare il virus e far ammalare qualcuno che come me ha delle passioni, responsabilità, magari una famiglia o delle persone di cui prendersi cura… Ovviamente questa è la mia motivazione, quella che mi dà forza per affrontare ogni momento, è il raccordo che rende anche questa esperienza parte del racconto della mia vita.

Approfittiamo allora di questo tempo che le restrizioni ci regalano per fare chiarezza in noi, su ciò che conta davvero, sui nostri valori: solo così potremmo trovare un perché che ci faccia trovare una rotta in questo mare di informazioni e avvenimenti… che ne dite?

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