Sono esattamente dove dovrei essere

Durante il llockdown – sembra passato un secolo invece è stato solo qualche mese fa – ho iniziato a seguire dei video online di yoga, così per provare. Ho iniziato a seguire un canale canadese, con una insegnante che trovo davvero splendida, sia perchè spiega bene cosa fare sia perchè i suoi video non sono quasi mai girati al chiuso ma sempre in location meravigliose: foreste centenarie, in riva ai laghi, sulla spiaggia dell’oceano… in un periodo di forzata clausura, quei paesaggi mi rinfrancavano gli occhi e il cuore. Così, trasportata dall’emozione, dal cuore, ho coinvolto il mio corpo in questa pratica, che a sua volta ha coinvolto la mia mente (il focus è fondamentale in certe asana, posizioni, specialmente quelle di equilibrio).

Adesso non passa giorno che non dedichi almeno mezz’ora allo yoga. Non solo perchè mi sento fisicamente più in forma e ho perso peso (associato a uno stile alimentare meno grasso, ovviamente), ma soprattutto perchè è una disciplina che mi serve a concentrare la mia consapevolezza su ciò che è veramente importante: l’attimo presente.

Fin da ragazzina mi è stata spiegata la potenza del vivere consapevolmente l’adesso, non con l’accezione del “vivi adesso e domani chissà”, ma con l’idea che tutto ciò che vorremmo fare in futuro, da “grandi”, che tutti i progetti partono dalla decisione che posso prendere solo ora. Che in quella relazione posso amare quella persona solo ora. Che il momento giusto per celebrare un’amicizia è solo ora. Che se voglio raggiungere i risultati professionali prefissati posso impegnarmi solo ora. Quello che è stato non lo posso modificare, e quello che verrà non è ancora in mano mia.

Quando eravamo ancora fidanzati, mio marito una volta mi comprò dei fiori e una buona bottiglia di vino e io gli chiesi: “Che cosa festeggiamo?” e lui mi disse: “Siamo qui insieme, abbiamo bisogno di altri motivi per festeggiare?”. Per lui, aspettare “l’occasione speciale” per fare un viaggio, aprire un vino costoso che ci hanno regalato, inaugurare un abito nuovo, è solo un modo diverso per dire che oggi non è abbastanza, che si è insoddisfatti.

Invece, come anche la pratica dello yoga insegna, noi ora siamo esattamente dove dovremmo essere.

Non importa se non sono ancora in grado di fare le posizioni più complesse, se la mia flessibilità non è la stessa dell’insegnante, se cado mentre sono in equilibrio su una gamba sola: il mio corpo mi sta parlando, mi sta dicendo cosa devo fare per migliorare, mi dice che ho dei limiti che l’allenamento e la pazienza possono spostare un po’ più in là.

È potentissimo se ci pensate: in un attimo si elimina l’invidia, la competitività esasperata che spesso ci viene proposta nello sport, nel lavoro, nella vita come mentalità da vincente: i famosi “challenge” che ci perseguitano. In 10 giorni sarai in grado di correre 20 km, devi diventare dirigente entro i 35 anni, perdere “7 kg in 7 giorni”… tutti obiettivi che non sono sbagliati di per sè, ma non tengono conto che le persone sono tutte diverse e che i percorsi personali sono anche fatti di battute d’arresto, di rallentamenti, accelerazioni e salti, e che ognuno di questi porterà ciascuno al suo traguardo, se sa viverli con consapevolezza e accettazione. Questa perenne gara in cui sembriamo tutti proiettati non fa altro che chiuderci nei confronti dell’altro per poter essere noi i vincenti, quelli che ce l’hanno fatta, altrimenti saremo solo i “secondi”, quelli di cui nessuno si ricorda, quelli che guardano amaramente le belle vite degli altri. Perchè quando non sei al top non hai bisogno di vedere dove sono gli altri.

Solo credendo che io ho in me i talenti che mi servono per adempiere la mia vita, posso stare nel mio presente senza ansie. Perchè l’adesso è l’apice della realizzazione: ciò che è stato mi ha portato qui e ciò che sarà è ancora in potenziale, ma hic et nunc la mia vita si realizza.  Questa consapevolezza non può far altro che suscitare una spinta a continuare, a perseverare nel mio cammino, in connessione con altre persone che stanno facendo lo stesso e che possono imparare da noi, aiutarci, supportarci, guidarci.

Per concludere questo pensiero di oggi, vi lascio un’altra frase che mi dice sempre mio marito ad ogni anniversario: “Da quando sto con te non mi importa più del tempo che passa, perché sono felice qui e ora.”

Accogliere il fallimento

Foto di Amine M’Siouri da Pexels

Mancano 4 giorni al fatidico e (magari non per tutti!) atteso inizio dell’anno scolastico, e mio figlio non ha finito di fare i compiti delle vacanze. Non perché fossero particolarmente difficili o perchè non avesse le competenze per completarli, semplicemente perchè ha preferito fare altro durante le vacanze.

Il punto non è sui compiti – sono troppi, sono pochi, non bisogna darli – ma è che mio figlio aveva un obiettivo chiaro e definito che non raggiungerà. Lui lo sa e lo so anche io. Per tutto il periodo di sospensione dell’attività scolastica, da fine febbraio a giugno, ho speso con lui interminabili ore per fargli fare i compiti, fotografare e inviare gli stessi ai docenti, scaricare e stampare file, collegarlo alle videoconferenze, il tutto per aiutarlo a raggiungere il suo traguardo. Ma alla fine, se si riduceva alle otto di sera a finire matematica o se la connessione saltava durante la lezione, la responsabilità era sempre la mia, perchè lui faceeva quello che gli “imponevo” io. Per questo mi sono resa conto che era il momento di lasciarlo andare con le sue gambe in merito ai compiti estivi.

La fatica più grande per un genitore – ma si può traslare il ragionamento anche per un manager, un coach, un mentore – credo che sia lasciare che tuo figlio sbagli. La tentazione in tutta l’estate di dirgli: “Basta! Adesso facciamo i compiti, ti spengo la tv, niente uscite finchè non hai finito!” è stata forte, ma ho resistito. E sto ancora combattendo col fatto che quando lui verrà redarguito a scuola non sarà per colpa mia, il suo fallimento non è il mio fallimento. Un fallimento scolastico – o professionale – non definiscono la persona né chi lo gestiva, è la gestione del dopo che farà la differenza.

Ovviamente non sono dell’idea di buttare mio figlio in mare e vedere se nuota. Il percorso va impostato, le competenze create, i muscoli rafforzati. I valori, l’importanza di certi comportamenti, quelli sì che sono una mia responsabilità educativa e formativa. Ma non posso essere sempre lì ad obbligarlo a condividere i miei valori, a mettere in pratica le mie parole.

Mio figlio imparerà a rispettare i suoi impegni? Quali sono per lui le cose importanti? Cosa imparerà da questa esperienza? Io a quel punto sarò lì, non per rimediare, ma per aiutarlo a rispondere a quelle domande, per assicurargli che se c’è qualcosa che vorrà chiedermi, io sarò lì per rispondergli. Sarò lì quando lui capirà che gli errori nella vita si fanno, e che anche quelli con le conseguenze più gravi di un brutto voto a scuola non si frapporranno mai fra lui e me.

Tante volte per non accettare il fallimento ci sostituiamo agli altri, anche se forse non ne abbiamo le competenze, il tempo, la conoscenza sufficienti, finendo per stressarci e arrabbiarci. “Qui faccio tutto io!” ci diciamo. Ma quanto diamo spazio affinché l’altro faccia la sua parte?