Il “tran-tran”

“Non viene per ogni organismo il momento in cui subentra la normale amministrazione, il tran-tran?”

(La giornata di uno scrutatore, I. Calvino)

Il tran-tran, la normale amministrazione, la routine: che noia, vero? L’espressione onomatopeica del titolo di questo post deriva dal rumore ripetitivo di una macchina, come ad indicare qualcosa di meccanico che va avanti perché deve, perché è stata impostata così.

Da qui il bisogno di evasione, di scelta, di libertà, che spesso però è stato ridotto all’attesa del weekend,  delle vacanze estive, del ponte primaverile. Come se esistesse una vita vera – l’evasione – e una vita finta, meccanica, ripetitiva. Eppure noi spendiamo molto più tempo nella seconda che nella prima, se consideriamo “tran-tran” il tempo del lavoro, del mangiare e dormire, del fare la spesa e le pulizie di casa, il tempo passato in macchina per gli spostamenti quotidiani… non è un po’ triste? Cosa fare?

Chiunque fa sport o svolge la professione del coach, come me, sa bene che l’allenamento è fondamentale per migliorare e aumentare le prestazioni. Non posso improvvisarmi maratoneta da un giorno all’altro, così come non posso intraprendere un cambiamento duraturo nel mio modo di comportamenti solo perché lo decido. Semplicemente fallirei. È l’allenamento che fa la differenza, e qualsiasi tipo di allenamento prevede – ahimè! – la ripetizione. La ripetizione di un gesto, di un processo, di un atteggiamento è quello che ci serve per imparare a farlo sempre meglio, fino a renderlo una scelta automatica.

Ripetizione, automazione… forse il tran-tran allora non è così negativo. Il punto per me è viverlo in maniera consapevole.

Quando ad esempio mi confronto con manager d’azienda in merito allo sviluppo del potenziale dei loro team, l’obiezione che mi viene posta con più facilità è: “sì è molto bello, ma richiede tempo e io devo fare un sacco di cose.” Come se, di nuovo, ci fosse una contrapposizione fra l’operatività quotidiana e la relazione con i collaboratori, come se quest’ultima fosse un momento di vero esercizio della leadership mentre il resto fosse parte del grande calderone delle cose da fare.

Smettiamo di vedere contrapposizioni. La vita è il tran-tran e l’evasione, il ruolo del manager (ma in generale, di chiunque svolga un lavoro) è operatività e relazione. Pensare in maniera duale ci limita, perché ci fa inquadrare ciò che è ripetitivo come un male inevitabile, che subiamo e non scegliamo, e questo non è vero.

Il tran-tran è proprio l’occasione che ci viene data ogni giorno per allenarci. Sono ore e ore di palestra incluse nel prezzo. Vorrei dedicare più tempo a quel collega, che fatica a raggiungere i suoi obiettivi? Non devo “ritagliarmi” degli spazi extra in agenda, basta che consideri ogni occasione in cui ho a che a fare con quella persona come a un’occasione di sviluppo. Quindi invece che semplicemente dire cosa fare, chiedere all’altro come lo vorrebbe fare e dare dei suggerimenti per rendere la sua idea più efficace ed efficiente. Invece che arrivare alla riunione con già le decisioni prese, utilizzare quel momento per far emergere punti di vista e proposte dagli altri. E la cosa bella è che, di occasioni come queste ne ho a bizzeffe, perché fanno parte di quella routine che tanto odiavo! Non mi riesce la prima volta? Riprovo, ancora e ancora. Perché ci si può allenare sempre, siamo già in palestra.

Altro esempio: mi sento come incastrato in un lavoro poco stimolante, mentre io mi sento una persona più creativa? Ottimo! La creatività nasce dai vincoli. Non c’è bisogno di creatività se è già tutto realizzato come lo vogliamo noi. Quando qualcuno è davvero creativo, lo è perché è in grado di “definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze”(enciclopedia Treccani): non solo alcune esperienze, ma tutte!

“Tutto il resto è giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire. E costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione”

(Costruire, Niccolò Fabi)

Proviamo, un giovedì qualsiasi di una settimana qualunque a chiederci: cosa posso allenare oggi? In quello che sto per affrontare, nella mia quotidianità cosa posso costruire?

E ogni sera, poco prima di chiudere gli occhi, poter dire: anche oggi è stata una giornata di vita vera, più di ieri e meno di domani.

Cosa ho fatto finora?

Vi siete mai posti questa domanda? Magari a fine giornata, a fine mese, guardando l’agenda, o in concomitanza di un anniversario? Io sì, sì, e ancora sì. Sono ormai due anni che mi sono messa in proprio, e quando ho preso la decisione di cambiare, mi sono detta: farò un bilancio fra due anni, per vedere come sono partita in questa nuova fase della mia carriera. E ora che i fatidici due anni stanno per finire, arriva la domanda: cosa ho fatto finora? Tante cose le ho fatte, tante cose che mi ero proposta di fare no. Perché non le ho fatte? (Qui subentra il mio cervello razionalizzante, quello che incarta le decisioni di pancia in una confezione dal look razionale-accettabile): c’è stato il COVID, sono ancora all’inizio, sto dedicando più tempo ai miei figli… Eppure la sensazione che potevo fare di più resta. Il rimorso di aver fatto la scelta sbagliata si affaccia nella mia mente. L’idea che io sia incapace di fare questo lavoro è lì.

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MA.

Di solito non mi piacciono i MA, perché rinnegano tutto quello che c’è stato prima, tuttavia dato che le premesse erano negative un MA ci può stare.

Il mio “MA” è questo: la vita va avanti.

Semplice, lineare, ovvio. Ritornare a questo semplice pensiero mi aiuta a mettere un punto e ad andare a capo, come mi insegnò la mia maestra alle elementari. Mi aiuta a cambiare la domanda: da “cosa ho fatto finora?” a “Cosa voglio fare da ora in poi?”. Questo passaggio è importante perché reindirizza la mia attenzione verso il presente e il futuro, senza sprecare altro tempo a cercare nei fossi il senno di poi.

È la domanda che mi sono fatta oggi, guardando il blog fermo a un post datato oltre 6 mesi fa: cosa posso scrivere da oggi in poi? E subito mi è venuta voglia di scrivere questo post. E mi sono concessa il tempo di farlo.

Quando osservo mio marito, ammiro fra le altre cose la sua determinazione nel perseguire gli obiettivi, che siano lavorativi o personali. Per lui la gestione del tempo sembra naturale, cosa che per me non lo è affatto. Io sono continuamente distratta dalla “Scimmia della gratificazione istantanea” come la chiama Tim Urban in un famoso TED Talk, che mi tenta continuamente con attività di breve termine invece che mantenermi focalizzata sugli obiettivi di medio-lungo termine. Non è vero che non ho tempo di farlo, è che in realtà molte volte non so come farlo, quindi devio su cose che so fare, che mi gratificano perché non mi fanno sentire incapace. Almeno in quel momento, almeno fino a che non mi faccio la domanda “Cosa ho fatto finora?”.

Ecco allora ciò che mi fa cambiare prospettiva: il mio perché. La mia guida, il mio faro, la mia vera motivazione interna. Non è qualcuno o qualcosa che mi dice cosa fare e quali scadenze ho, ma sono i miei valori che definiscono il percorso e il metodo di assegnazione delle priorità. È come fare reverse-engineering partendo dalla visione di me che riesce a raggiungere un determinato obiettivo, definito dai miei valori e dalle mie capacità (attuali o potenziali). Per come sono fatta io, se non ho chiaro questo perché e gli obiettivi che ne derivano, mi faccio catturare dalla Scimmia di cui sopra.

Pianificare senza scadenze predefinite non è sempre facile, mentre è facile riempire un generico DOPO di cose da fare. Il punto è che io non lo posseggo il DOPO, non ce l’ho né l’avrò mai. Lo posso immaginare, posso fare sì che mi guidi nel presente, posso anche piantarci degli obiettivi, eppure per il fare ho in mano solo il presente e il mio perché.

“Chi ha un perché abbastanza forte, può superare qualsiasi come”

F. Nietzsche

Una volta inquadrato il perché, per affrontare un percorso sostanzialmente inesplorato, nuovo, faccio appello alle mie risorse: situazioni simili già vissute in passato, libri e articoli di esperti, il dialogo sincero e generativo con le persone di cui mi fido, contaminazione… connessione di puntini. Raramente non sono riuscita ad uscire dai problemi o da situazioni complicate usando questo metodo.

L’ultimo passaggio: adesso che ho la meta, il percorso (più o meno definito), i valori che mi fanno da guardrail, devo mantenere il focus anche quando arriva la scimmia. Quindi è qui che entrano gli strumenti più o meno innovativi per gestire il tempo, non sono il primo punto ma l’ultimo, perché è inutile avere tante to-do list e promemoria che non sono legati a qualcosa di più profondo e significativo: si staccheranno, come un post-it vecchio dall’agenda dell’anno scorso.

Aurem Cordis

L’orecchio del cuore. Leggendo il romanzo “Fu sera e fu mattina” di Ken Follett ho trovato questa espressione tratta dalla regola di San Benedetto, che mi ha colpito in modo particolare.

È di nuovo un po’ che non scrivo sul mio blog, ma non potevo non mettere nero su bianco le riflessioni che mi sono nate da queste due semplici parole.

Emblematico è uno stralcio di dialogo che ho colto ieri fra mio figlio e la sua maestra durante una lezione in DAD:

mio figlio: “Maestra, non ti sento”

maestra: “Adesso? Va meglio?”

mio figlio: “Sì, adesso ti sento”

maestra: “Perchè non hai ancora preso il quaderno?”

mio figlio: “Scusa maestra, non ti stavo ascoltando”.

Questo mi ha fatto pensare a quante volte anche io sento gli altri, ma non li ascolto veramente. Sento i litigi fra i fratelli, sento le persone che mi parlano di lavoro, sento le lamentele di chi vorrebbe uscire da questa situazione, sento la mia stanchezza… ma ascoltare è un’altra cosa.

Parlare è un bisogno, ascoltare è un’arte.

(Goethe)

Ascoltare è allenare l’orecchio del cuore. Ascoltare è prima di tutto la capacità di fare silenzio e di non temere di stare un po’ in sua compagnia. Mi accorgo che sono piccoli e fuggevoli i momenti che mi ritaglio per fare un po’ di silenzio. Non solo attorno a me, spegnendo il cellulare, la tv, lo smartwatch (!), ma soprattutto dentro di me. Abbassare il volume della lista di cose da fare, silenziare la voce che mi critica, mettere a tacere le mie conoscenze e con esse le mie assunzioni sul mondo, per ascoltare davvero.

Ci sono tre componenti dell’ascolto con l’orecchio del cuore che cerco di allenare:

  1. Ascolto del mio corpo. Chiudere un istante gli occhi e avere pazienza con quel corpo che a volte mi sembra non voler stare dietro alla mia testa, quel corpo che si stanca, che accumula tensioni, che mi manda dei messaggi che non sono solo inerenti alla mia salute fisica, ma mi parla di me come di un tutt’uno con la mia mente e che a volte vorrei invece separare.
  2. Ascolto del mio cuore. Con cuore intendo i miei desideri, le mie passioni, le mie motivazioni. Riconnettermi col mio “purpose” (che forse il Benedetto dell’”aurem cordis” avrebbe chiamato vocazione) per ristabilire le mie vere priorità, ciò che conta nella mia vita e in ogni singola giornata. Quando è chiaro il senso finale, sono in grado di indirizzare i miei comportamenti e le mie capacità in quella direzione, trovando risorse per superare le difficoltà che neanche sapevo di avere.
  3. Ascolto degli altri. Forse l’ascolto più ovvio, ma non per questo più facile. Perché ognuno di noi ha un pensiero che costantemente attribuisce significati a ciò che accade, alle interazioni con le persone, senza i quali non saremmo in grado di interagire. E quando va bene, questa attribuzione di significato si basa su una molteplicità di informazioni, riflessioni, analisi; quando va male (vedi: sono stressata, stanca, di corsa, distratta) il mio cervello usa dei modelli preconfezionati cercando di incastrarci dentro la situazione o la persona che ho davanti, ovvero prende decisioni sulla base di pregiudizi o bias cognitivi. Un esempio: guardo i miei figli che giocano e penso che potrei chiedere loro di apparecchiare il tavolo, ma poi loro sbufferebbero e si lamenterebbero costringendomi a spiegare loro per l’ennesima volta che ognuno può fare qualcosa in casa, quindi alla fine faccio prima se faccio io, alimentando in me la convinzione che i miei figli siano scansafatiche e che io abbia sulle spalle il peso di tutto il mondo.

Per lavoro, io mi trovo costantemente ad ascoltare gli altri; solo che a volte, in particolare nel ruolo di trainer, ritengo che più che altro le persone si aspettino da me risposte, suggerimenti, consigli e il mio ascolto si focalizza sulle risposte che potrò dare.

In quei momenti è Socrate che mi viene in aiuto col suo “io so di non sapere”. È quello che immediatamente mi orienta non verso le risposte, bensì verso le domande, la più importante delle quali è “cosa posso imparare di te e da te, ora?”.

Il sapere di non sapere è una condizione di vulnerabilità e credo che sia per questo che istintivamente cerchiamo di evitarla. Ascoltare l’altro e comprenderlo vuol dire farlo entrare in uno spazio dove la nostra immagine può risultare meno perfetta di quel che cerchiamo di mostrare, insomma senza i filtri di Instagram. Ascoltare l’altro e comprenderlo è ammettere che non sappiamo fare tutto, che abbiamo commesso errori, che non abbiamo tutte le risposte che immaginiamo l’altro cerchi.

Eppure, mi accorgo che, in quell’incontro di non-saperi, di imperfezioni, di incertezze, c’è lo spazio per la creazione di nuovi significati che ridefiniscono ciascuna delle due parti e il contesto allo stesso tempo, che attraverso quell’ascolto non solo posso imparare a conoscere l’altro ma a conoscere me stessa attraverso la relazione con l’altro, in un processo potenzialmente senza fine.

La potatura

È il primo giorno dell’anno e anche se di solito i bilanci si fanno in chiusura di anno, ho voluto ritagliarmi del tempo questa mattina per scrivere un po’.

Nei giorni scorsi mi sono arrivati messaggi, ho visto video e canzoni di persone che non vedevano l’ora di far passare questo odiato 2020. Adesso siamo nel 2021, ma io mi sento uguale a ieri. Di certo, però, sono molto diversa dal capodanno di un anno fa.

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Gennaio è sempre il mese dei buoni propositi, della definizione di obiettivi, di inizio di nuovi progetti, un mese carico di speranza, sempre. Un anno fa stavo per aprire la mia Partita Iva, mi mettevo in proprio con un grande slancio, passione e voglia di fare. Di sicuro non mi aspettavo di iniziare la mia nuova attività in un anno del genere… Eppure ho lavorato. Non tanto come avrei voluto, con mesi di assoluto silenzio, ma ho lavorato. Ho imparato, ho ascoltato, ho dato.

Ricordo che ad aprile ho sfiorato il picco dello stress: lavorare da casa, i figli in didattica a distanza da seguire, la casa da pulire, il lockdown. Cercavo di sostenere tutti, di ascoltare chi si sentiva abbattuto, spaventato dalla situazione, di incoraggiare chi non pensava di poter gestire un cambiamento così repentino e in cambio mi sentivo svuotare.

Mi è allora venuto in mente ciò che mi disse una persona quando ero ancora una ragazzina: “Come puoi dissetare gli altri se il tuo pozzo è vuoto?”. Da quel momento è nato il cambiamento: ho iniziato a potare. Tagliare dei rami, anche se non secchi, anche se dolorosamente vivi, per fortificarmi. Capire cosa fosse veramente essenziale e smettere di volere il superfluo. Sicuramente alcune potature sono state imposte dalla situazione, dalle misure di contenimento della pandemia; ma le potature forse più dolorose erano quelle che ho imparato io stessa a fare su di me.

A volte quel “di più” da tagliare era fingere di stare bene per dare forza a un altro: ho capito che per diventare più forte avrei dovuto abbracciare la mia debolezza e condividerla, in un dialogo ricco di reciprocità, un “do et des” che potesse rinfrancare entrambi nella relazione.

Ho capito che potare voleva dire anche fare meno, ma con più intenzione: sostituire il devo fare con il voglio fare.

Potare voleva anche dire prendermi cura di me stessa, dedicare del tempo per il mio benessere fisico, riscoprendo un’unitarietà e un’interconnesione profonda fra corpo, cuore e cervello.

Nella seconda metà dell’anno ho così iniziato a raccogliere dei frutti da questa potatura. Piccole cose quotidiane, in mezzo agli errori e alle deviazioni; ma è giusto così: come dice Niccolò Fabi in una bellissima canzone, “Costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione”.

Così la mia valutazione dell’anno non è basata sul raggiungimento o meno degli obiettivi che mi ero data a gennaio scorso, ma su come il percorso che ho fatto nel cercare di raggiungerli mi abbia fatto ottenere altri risultati che non avevo previsto.

Questo per me non vuole dire che mi accontento di quel che ho raggiunto senza puntare “in alto”, ma che spesso nel tenere gli occhi fissi sulla palla si perde di vista il campo. Che non posso buttare via un anno per ciò che non ho fatto o per quel che non ho raggiunto, ma ringraziare per ogni passo che mi ha portato fino a qui. Sarebbe come biasimare Cristoforo Colombo per non aver raggiunto l’India, invece di congratularsi per aver scoperto un nuovo continente.

E così, con piccoli germogli ancora verdi e rami più possenti, sono pronta per il nuovo anno, e auguro un buon cammino anche a voi!

Buon 2021!

La torta e il ciambellone

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Faccio una premessa: io adoro cucinare, ma i dolci non sono il mio forte.

In questi giorni, per proporre una merenda diversa ai miei figli, ho pensato di mettermi a fare un bel ciambellone allo yoghurt. Una cosa semplice, bella anche da vedere, con il suo bel buco in mezzo.

Mentre leggevo la ricetta, mi si è accesa una lampadina: ma non è la stessa ricetta della torta allo yoghurt? Allora ho cercato la ricetta della torta e ho visto che – e qui chiedo scusa ai pasticceri che stanno leggendo – non c’era poi una gran differenza negli ingredienti e nel procedimento. Ma le forme sono diverse e il nome, le parole che usiamo, sono diversi.

Come spesso mi accade, questo banale episodio mi ha fatto riflettere più in profondità su come le parole possano modellare la realtà, che a sua volta influenza i nostri comportamenti. Quante volte, soprattutto in questi momenti difficili, di cambiamento, descriviamo ciò che succede in maniera negativa e di conseguenza ci mettiamo sulla difensiva? O al contrario, quando descriviamo una situazione in maniera positiva ci sentiamo capaci di gestirne o affrontarne anche gli aspetti negativi?

Le parole sono potenti. Le parole che nella nostra mente formano un pensiero sono la prima cornice con cui interpretiamo la realtà.

Quando nella formazione o nel coaching parlo con le persone che vogliono migliorare la propria efficacia personale o le performance lavorative, queste iniziano a parlare di cosa fanno e di quanto il loro comportamento sia in funzione del contesto in cui si trovano. Il mio lavoro sta nell’aiutarle a guardare ancora oltre: a come il contesto (che pure è formato da persone, culture, modi di fare che non sono sotto il nostro diretto controllo) assuma un significato in base a come loro lo interpretano, ed è quello che influenza il loro comportamento, non un qualcosa che esiste al di fuori di loro.

“Non vediamo le cose come sono; le vediamo come siamo noi”

(Anaïs Nin, scrittrice, 1903-1977).

Ognuno di noi indossa degli occhiali che costruiamo, ripariamo, smontiamo e rifacciamo lungo tutto il corso nella nostra vita. La struttura di base è quella che si forma nella prima parte della nostra vita, in cui si forma il carattere, la personalità, in cui si assorbono dei valori e un modello sociale dalla nostra famiglia, prima, da altre persone significative, poi. Il punto è che non sempre ci rendiamo conto di avere gli occhiali sul naso, perché oramai ci siamo abituati al loro peso e al modo di vedere che essi ci consentono. Non ci chiediamo se vediamo bene, se potremmo vedere meglio, li consideriamo il nostro punto di partenza per guardare al di fuori; dobbiamo invece soffermarci a guardare le lenti con cui guardiamo.

Quello che mi ha affascinato sin dall’inizio della cosiddetta “psicologia positiva”, e che mi ha spinto a voler studiare e certificarmi come Strengths Coach, è quello di analizzare la psicologia umana non partendo da ciò che non funziona, da ciò che si “rompe”, ma chiedendosi: “cosa rende una persona un talento?”. Ogni volta che partiamo a lavorare su noi stessi guardando quello che non sappiamo fare, i nostri limiti, formiamo una cornice interpretativa di noi stessi come “mancanti”, “perdenti”. Se invece partiamo guardando a ciò che sappiamo fare, ai nostri talenti, la cornice diventa quella del “talento”, del “successo”. Se abbiamo successo in qualcosa, se riusciamo a fare in maniera eccellente qualcosa, che risorse stiamo mettendo in campo? Che parole utilizziamo per superare le difficoltà e i problemi in quei contesti? Cosa ci dà fiducia? Rispondendo a queste domande possiamo andare alla radice del nostro talento, trovando quelle risorse che poi possiamo impiegare laddove invece non riusciamo, laddove non sappiamo come fare.

Questo modo di procedere, però, ci mette ad un certo punto di fronte a una parola che la nostra cultura sta cercando di cancellare: limite. Ognuno di noi ne ha e bisogna farci i conti. Non facciamoci ingannare dagli slogan “no limits”, “puoi essere tutto quello che vuoi”… perché ad un certo punto rimarremo delusi, e quella delusione sarà come una porta che sbattendo sulla nostra faccia infrangerà in mille pezzi la cornice interpretativa positiva che tanto ci era costato costruire.

Il limite è quello che canalizza il nostro talento e lo rende più potente laddove lo riusciamo ad esprimere, come gli argini di un fiume che indirizzano la potenza dell’acqua, facendole trovare, scavare, una strada verso il mare.

Il limite più depotenziante che possiamo invece costruire noi stessi è quello che per raggiungere il successo personale o lavorativo (e qui preferirei usare la parola “compiutezza”, in quanto successo ci rimanda in automatico a dei modelli socialmente imposti) dobbiamo essere bravi come o più di qualcun altro. Il paragone è come un masso che va a ostruire completamente il nostro fiume.

Ciascuno di noi è unico, con i suoi talenti e i suoi limiti. Mi viene in mente il dramma delle ragazze (principalmente, ma la cosa coinvolge anche i ragazzi) che dagli anni ’90 del secolo scorso, per essere belle come le modelle o le star, si sono infilate in tunnel di disturbi alimentari che sono diventati una vera e propria piaga sociale; ci sono voluti decenni per poter riaffermare la bellezza del corpo in tutte le sue forme, eliminando la dittatura del canone estetico unico.

Ci lamentiamo tanto oggi della “dittatura sanitaria” ma non ci lamentiamo affatto delle tante dittature che impongono un modello unico di successo e benessere a cui tendere.

Fermiamoci. Un minuto al giorno basta. Ripensiamo alle parole che definiscono le nostre azioni, il nostro contesto, le relazioni con chi abbiamo accanto. Possiamo cambiarle? Quali parole potenziano i nostri talenti unici e quali li affossano?

Ognuno è unico perché unico è il contributo che può portare e di cui ha bisogno il mondo.

Se ci fermiamo alle azioni, al fare, allora è vera la frase “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”. Noi non siamo macchine che funzionano, che vengono al mondo per la loro utilità, ma siamo esseri umani, che vengono al mondo per arricchirlo e lasciare un’impronta che altrimenti nessun altro potrà lasciare.

Tutto…e il contrario di tutto

In queste settimane è impossibile non imbattersi in video o articoli che citano le contraddizioni dei politici, dei personaggi pubblici e dell’ “uomo di strada” riguardo al COVID-19: si va dalla minimizzazione della malattia in sé e dell’utilità delle relative misure preventive alla catastrofe generale e all’invocazione di misure drastiche.

In tutta questa confusione, come scegliere? Cosa scegliere? E soprattutto: scegliere o non scegliere?

Ci troviamo, se non altro noi del cosiddetto mondo occidentale, in una condizione di accesso a molteplici fonti di informazione, e mai come prima d’ora nella storia a un’incredibile (a volte insostenibile) quantità di dati, opinioni, argomentazioni. Tutto ciò è legato alla nostra libertà individuale, diritto sacrosanto e di cui non ancora tutta l’umanità può godere: dovremmo esserne felici, no? No. Non sempre, almeno.

Un libro interessante che parla di libertà di scelta si chiama “Il Paradosso della scelta” (The paradox of choice) di Barry Schwartz, psicologo e professore statunitense. La tesi fondamentale del libro è che sebbene ogni persona aneli ad ampliare la sua libertà individuale, quando si trova di fronte a innumerevoli opportunità, paradossalmente si sente peggio rispetto a quando ha davanti un numero più limitato di opzioni fra cui scegliere. Innanzitutto si può innescare quel senso di “paralisi” che impedisce la scelta: ad esempio, nella ragguardevole varietà di tipologie di mascherine di protezione ad oggi in vendita, tante persone non sapendo cosa scegliere, alla fine si lasciano guidare da criteri che poco hanno a che vedere con la funzione del dispositivo, come ad esempio una svendita in farmacia, il fatto che qualcuno della cerchia delle persone fidate l’ha comprata, l’aspetto estetico. Perché quando ci troviamo di fronte a opzioni molteplici e con caratteristiche molto differenti fra loro, anche se pensiamo di fare una scelta razionale, quella scelta è in larga parte guidata dalla nostra parte emotiva. Citando Daniel Kahneman, “di fatto, non prendiamo decisioni sulla base delle esperienze che abbiamo vissuto, ma sulla base dei ricordi che abbiamo di quelle esperienze”; ricordi che spesso sono ammantati di emozioni.

Schwartz poi continua dicendo che un secondo problema che si presenta di fronte alla numerosità delle opzioni è il senso di frustrazione che si prova quando alla fine si decide, in quanto, insieme agli aspetti positivi dell’opzione scelta, ci prendiamo anche quelli negativi, che vanno in un qualche modo a rafforzare gli aspetti positivi delle opzioni che non abbiamo scelto, insinuando costantemente il dubbio di non avere scelto la cosa “giusta”. Nel dibattito pubblico, questo aspetto sembra irrilevante, in quanto sentiamo un personaggio prendere una posizione e dopo qualche giorno sostenere esattamente l’opposto, brandito con la stessa sicurezza di ciò che aveva sostenuto in passato, come se ciò che è finito in fondo ai risultati di Google fosse finito anche in fondo alla memoria di tutte le persone. Però possiamo comunque osservare questo fenomeno nella dialettica – se così si può dire – fra le varie forze politiche, in cui di ogni decisione vengono sottolineati glli aspetti negativi o quelli non del tutto presi in considerazione, creando una comunicazione spesso basata sulla giustificazione della scelta più che sui benefici della stessa (aggiungo: rinforzando nelle persone un senso di sfiducia nei confronti dei politici e della politica più in generale). Perché questo accanimento verso gli aspetti negativi di ogni singola scelta? In quanto, come Schwartz dice, tutta questa scelta fa alzare le nostre aspettative, tanto che miriamo sempre di più alla perfezione: se esiste un solo paio di jeans, afferma nel suo TED, anche se non ci calzano a pennello ce li facciamo andare bene comunque; ma se possiamo scegliere fra una quantità esorbitante di tipologie di jeans, perchè accontentarci?

Quindi, torniamo alle domande iniziali? Se cercando troviamo tutto e il contrario di tutto, come scegliere?

La tesi da cui parte “Overcrowded” di Roberto Verganti, prefessore di Leadership and Innovation al Politecnico di Milano, è che in un mondo così pieno nuove idee, il vantaggio competitivo non sta nel generarne di ulteriori, ma nell’attribuire significati nuovi alle idee, ai prodotti, ma aggiungerei anche alle situazioni.

“Un leader è un fornitore di senso” (Karl Weick): ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Il superamento della paralisi della scelta, della sfiducia nella dirigenza politica o medica, del senso di frustrazione che ogni tanto noi tutti proviamo, si può ottenere non tanto concentrandosi sulle soluzioni (cosa), ma sul perché dobbiamo prendere tali decisioni.

Facciamo un zoom-in e smettiamo per un attimo di pensare alle scelte che i governanti o le personalità pubbliche prendono, per vedere come questo si applica anche alla vita di ciascuno di noi.

In questo momento io sono in quarantena perché ci sono stati dei casi di COVID19 nella classe di mia figlia; tra l’altro se anche non fossi stata costretta in casa per questo motivo lo sarei per via delle restrizioni attualmente in atto nella mia come in altre regioni italiane. Nelle restrizioni come mi sento? Il fatto che non possa andare al ristorante o a trovare gli amici o nello studio a praticare yoga mi fa sentire in trappola? No, perché ho trovato una motivazione al mio comportamento che si avvicina ai miei valori, ovvero che il mio è un atto di gentilezza verso gli altri: potrei propagare il virus e far ammalare qualcuno che come me ha delle passioni, responsabilità, magari una famiglia o delle persone di cui prendersi cura… Ovviamente questa è la mia motivazione, quella che mi dà forza per affrontare ogni momento, è il raccordo che rende anche questa esperienza parte del racconto della mia vita.

Approfittiamo allora di questo tempo che le restrizioni ci regalano per fare chiarezza in noi, su ciò che conta davvero, sui nostri valori: solo così potremmo trovare un perché che ci faccia trovare una rotta in questo mare di informazioni e avvenimenti… che ne dite?

Imbuti da riempire

Mio figlio, che non sente mai niente ma ascolta tutto, l’altra sera a cena mi fa: “Sai che la Ministra della Scuola ha detto che non bisogna trattare gli studenti come imbuti da riempire? Ma gli imbuti non si possono riempire! Che senso ha questa frase?”.

Avevo già letto la frase riportata da diverse testate nonché ripostata dai social, ma non ci avevo fatto caso dando per scontato che la Ministra intendesse “non riempite la testa degli studenti di nozioni come si fa con degli imbuti per le bottiglie”; effettivamente, detta così – se uno, come mio figlio novenne, non sa – questa frase non ha senso. Gli imbuti hanno un buco sotto e non trattengono nulla.

Poi però la mia mente di cuoca è andata a quell’odiosa operazione che faccio con l’imbuto per riciclare l’olio alimentare, ovvero svuotare la padella colma di olio – magari di frittura – in una bottoglia destinata allo smaltimento: non so se vi è mai successo che residui di pangrattato, farina o altro formassero una sorta di tappo occludendo il buco inferiore dell’imbuto, col risultato di dover interrompere l’operazione per togliere il “tappo” o peggio, versando l’olio fuori dall’imbuto e dalla relativa bottiglia. Ebbene, questa casalinga situazione mi ha fatto pensare al processo di apprendimento: se è corretto non equiparare l’apprendimento a un mero trasferimento di nozioni, è altrettanto corretto che per permettere al nuovo di entrare in noi non ci devono essere occlusioni.

Ieri per radio lo speaker della trasmissione che stavo ascoltando ha citato Epitteto dicendo: “È impossibile per un uomo imparare ciò che crede di sapere già”, dove in quel crede si racchiude tutto il ventaglio di possibili ostruzioni del nostro imbuto: pregiudizi, supponenza, egocentrismo, ignoranza. Eh sì, ignoranza. Perchè sebbene l’ignoranza in merito a qualcosa dovrebbe essere il motore che scatena l’apprendimento (non lo so, quindi lo imparo) in molte situazioni è il più grosso freno.

In tanti anni nel campo della formazione degli adulti mi sono accorta di come questo fenomeno sia più diffuso di quanto si pensi, anche tra persone laureate e ben istruite. Perchè l’ignoranza riguardo a un argomento o a una competenza non ci piace, ci fa sentire in qualche modo “indifesi” nei confronti degli altri. Quindi il nostro cervello si aggrappa a quel poco che conosce e che possiamo correlare con l’argomento rendendo quelle scarse informazioni “tutto ciò che devo conoscere in merito”: se ci fosse stato altro di rilevante, l’avrei saputo, no? Questo ci fa sentire bene, in un certo modo sazi di sapere, quindi chiusi all’apprendimento.

Questo purtoppo però non vale solo per le conoscenze o le competenze, ma ci succede di applicare lo stesso principio alla vita e alle relazioni. Creiamo delle routine – la settimana di 5 giorni lavorativi, le vacanze nella casa al mare, il pranzo di Natale coi parenti – che da una parte ci rassicurano nella loro prevedibilità e dall’altro ci impediscono di stupirci. Quindi releghiamo lo stupore agli eventi eccezionali (dalla romantica proposta di matrimonio alla promozione sul lavoro, dalla festa di compleanno a sopresa all’adozione di un cucciolo, e potrei andare avanti per mesi) precludendolo alla vita di tutti di giorni.

Ad esempio, dopo anni di lavoro nella stessa azienda, mi sono accorta che non mi aspettavo dai colleghi più conosciuti niente di più di quello che già sapevo di loro: una conversazione noiosa e dovuta alla macchinetta del caffè, una battuta divertente da quella collega che era sempre spiritosa e allegra, un’occhiataccia da quell’altro a cui probabilmente stavo antipatica.  

Quello che mi ha cambiato completamente la vista (sì, non è un refuso: bisogna imparare anche a vedere) è stato iniziare a “fare il vuoto”: ovvero il vuoto da noi stessi, dalle nostre presunte conoscenze, dai pregiudizi nei confronti degli altri. Sturare l’imbuto. Gli eventi degni del nostro stupore si sono moltiplicati in breve tempo, perchè sono stata capace di vedere cose che prima non vedevo, chiusa in me stessa. Ho imparato cose nuove dall’ultima arrivata, ho visto i miei comportamenti attraverso gli occhi degli altri e ho capito di più di me.

La ricercatrice Cathrine L’Ecuyer, specialista in Pedagogia e Psicologia, ha basato sullo stupore la sua teoria dell’apprendimento[1], dicendo che “La capacità di stupirsi è ciò che spinge il bambino alla scoperta del mondo. E’ la sua motivazione interna, la sua prima sollecitazione naturale”.

Più saranno le occasioni di “fare il vuoto” in noi stessi e di noi stessi, maggiori saranno le situazioni di reale stupore e di apprendimento di qualcosa di utile per noi.

Quindi se è vero che imparare non è rimpirci la testa di informazioni o nozioni usando degli imbuti, possiamo ricordarci noi stessi di essere come gli imbuti, pronti a svuotarci per riempirci e nuovamente svuotarci per accogliere tutto ciò che la vita vuole offrirci.


[1] https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnhum.2014.00764/full

Sono esattamente dove dovrei essere

Durante il llockdown – sembra passato un secolo invece è stato solo qualche mese fa – ho iniziato a seguire dei video online di yoga, così per provare. Ho iniziato a seguire un canale canadese, con una insegnante che trovo davvero splendida, sia perchè spiega bene cosa fare sia perchè i suoi video non sono quasi mai girati al chiuso ma sempre in location meravigliose: foreste centenarie, in riva ai laghi, sulla spiaggia dell’oceano… in un periodo di forzata clausura, quei paesaggi mi rinfrancavano gli occhi e il cuore. Così, trasportata dall’emozione, dal cuore, ho coinvolto il mio corpo in questa pratica, che a sua volta ha coinvolto la mia mente (il focus è fondamentale in certe asana, posizioni, specialmente quelle di equilibrio).

Adesso non passa giorno che non dedichi almeno mezz’ora allo yoga. Non solo perchè mi sento fisicamente più in forma e ho perso peso (associato a uno stile alimentare meno grasso, ovviamente), ma soprattutto perchè è una disciplina che mi serve a concentrare la mia consapevolezza su ciò che è veramente importante: l’attimo presente.

Fin da ragazzina mi è stata spiegata la potenza del vivere consapevolmente l’adesso, non con l’accezione del “vivi adesso e domani chissà”, ma con l’idea che tutto ciò che vorremmo fare in futuro, da “grandi”, che tutti i progetti partono dalla decisione che posso prendere solo ora. Che in quella relazione posso amare quella persona solo ora. Che il momento giusto per celebrare un’amicizia è solo ora. Che se voglio raggiungere i risultati professionali prefissati posso impegnarmi solo ora. Quello che è stato non lo posso modificare, e quello che verrà non è ancora in mano mia.

Quando eravamo ancora fidanzati, mio marito una volta mi comprò dei fiori e una buona bottiglia di vino e io gli chiesi: “Che cosa festeggiamo?” e lui mi disse: “Siamo qui insieme, abbiamo bisogno di altri motivi per festeggiare?”. Per lui, aspettare “l’occasione speciale” per fare un viaggio, aprire un vino costoso che ci hanno regalato, inaugurare un abito nuovo, è solo un modo diverso per dire che oggi non è abbastanza, che si è insoddisfatti.

Invece, come anche la pratica dello yoga insegna, noi ora siamo esattamente dove dovremmo essere.

Non importa se non sono ancora in grado di fare le posizioni più complesse, se la mia flessibilità non è la stessa dell’insegnante, se cado mentre sono in equilibrio su una gamba sola: il mio corpo mi sta parlando, mi sta dicendo cosa devo fare per migliorare, mi dice che ho dei limiti che l’allenamento e la pazienza possono spostare un po’ più in là.

È potentissimo se ci pensate: in un attimo si elimina l’invidia, la competitività esasperata che spesso ci viene proposta nello sport, nel lavoro, nella vita come mentalità da vincente: i famosi “challenge” che ci perseguitano. In 10 giorni sarai in grado di correre 20 km, devi diventare dirigente entro i 35 anni, perdere “7 kg in 7 giorni”… tutti obiettivi che non sono sbagliati di per sè, ma non tengono conto che le persone sono tutte diverse e che i percorsi personali sono anche fatti di battute d’arresto, di rallentamenti, accelerazioni e salti, e che ognuno di questi porterà ciascuno al suo traguardo, se sa viverli con consapevolezza e accettazione. Questa perenne gara in cui sembriamo tutti proiettati non fa altro che chiuderci nei confronti dell’altro per poter essere noi i vincenti, quelli che ce l’hanno fatta, altrimenti saremo solo i “secondi”, quelli di cui nessuno si ricorda, quelli che guardano amaramente le belle vite degli altri. Perchè quando non sei al top non hai bisogno di vedere dove sono gli altri.

Solo credendo che io ho in me i talenti che mi servono per adempiere la mia vita, posso stare nel mio presente senza ansie. Perchè l’adesso è l’apice della realizzazione: ciò che è stato mi ha portato qui e ciò che sarà è ancora in potenziale, ma hic et nunc la mia vita si realizza.  Questa consapevolezza non può far altro che suscitare una spinta a continuare, a perseverare nel mio cammino, in connessione con altre persone che stanno facendo lo stesso e che possono imparare da noi, aiutarci, supportarci, guidarci.

Per concludere questo pensiero di oggi, vi lascio un’altra frase che mi dice sempre mio marito ad ogni anniversario: “Da quando sto con te non mi importa più del tempo che passa, perché sono felice qui e ora.”

Accogliere il fallimento

Foto di Amine M’Siouri da Pexels

Mancano 4 giorni al fatidico e (magari non per tutti!) atteso inizio dell’anno scolastico, e mio figlio non ha finito di fare i compiti delle vacanze. Non perché fossero particolarmente difficili o perchè non avesse le competenze per completarli, semplicemente perchè ha preferito fare altro durante le vacanze.

Il punto non è sui compiti – sono troppi, sono pochi, non bisogna darli – ma è che mio figlio aveva un obiettivo chiaro e definito che non raggiungerà. Lui lo sa e lo so anche io. Per tutto il periodo di sospensione dell’attività scolastica, da fine febbraio a giugno, ho speso con lui interminabili ore per fargli fare i compiti, fotografare e inviare gli stessi ai docenti, scaricare e stampare file, collegarlo alle videoconferenze, il tutto per aiutarlo a raggiungere il suo traguardo. Ma alla fine, se si riduceva alle otto di sera a finire matematica o se la connessione saltava durante la lezione, la responsabilità era sempre la mia, perchè lui faceeva quello che gli “imponevo” io. Per questo mi sono resa conto che era il momento di lasciarlo andare con le sue gambe in merito ai compiti estivi.

La fatica più grande per un genitore – ma si può traslare il ragionamento anche per un manager, un coach, un mentore – credo che sia lasciare che tuo figlio sbagli. La tentazione in tutta l’estate di dirgli: “Basta! Adesso facciamo i compiti, ti spengo la tv, niente uscite finchè non hai finito!” è stata forte, ma ho resistito. E sto ancora combattendo col fatto che quando lui verrà redarguito a scuola non sarà per colpa mia, il suo fallimento non è il mio fallimento. Un fallimento scolastico – o professionale – non definiscono la persona né chi lo gestiva, è la gestione del dopo che farà la differenza.

Ovviamente non sono dell’idea di buttare mio figlio in mare e vedere se nuota. Il percorso va impostato, le competenze create, i muscoli rafforzati. I valori, l’importanza di certi comportamenti, quelli sì che sono una mia responsabilità educativa e formativa. Ma non posso essere sempre lì ad obbligarlo a condividere i miei valori, a mettere in pratica le mie parole.

Mio figlio imparerà a rispettare i suoi impegni? Quali sono per lui le cose importanti? Cosa imparerà da questa esperienza? Io a quel punto sarò lì, non per rimediare, ma per aiutarlo a rispondere a quelle domande, per assicurargli che se c’è qualcosa che vorrà chiedermi, io sarò lì per rispondergli. Sarò lì quando lui capirà che gli errori nella vita si fanno, e che anche quelli con le conseguenze più gravi di un brutto voto a scuola non si frapporranno mai fra lui e me.

Tante volte per non accettare il fallimento ci sostituiamo agli altri, anche se forse non ne abbiamo le competenze, il tempo, la conoscenza sufficienti, finendo per stressarci e arrabbiarci. “Qui faccio tutto io!” ci diciamo. Ma quanto diamo spazio affinché l’altro faccia la sua parte?

Dell’empatia

Ho ascoltato almeno 3 volte il discorso che Michelle Obama ha fatto durante la convention democratica americana. Mi ha profondamente colpito che le parole riportate e sottolineate dalla stampa fossero quelle riguardanti l’inadeguatezza dell’attuale presidente, che in 18 minuti occupano sì e no 2 minuti. Il suo discorso è centrato in gran parte sulle doti che lei vede essere le migliori per un leader: non la forza, non la capacità di vincere, non l’abilità di destreggiarsi di fronte a un grande pubblico con discorsi trascinanti.

No, le parole che ha usato sono cortesia e decoro morale (decency), onore (honor), empatia (empathy).

Su quest’ultima in particolare ha dedicato un lungo passaggio, in quanto l’empatia non è una capacità individuale ma viene presentata come un valore per la società. L’empatia non è qualcosa con cui semplicemente si nasce, ma può essere instillata dalla cultura e quindi insegnata.

Per me è stato così.

“Empathy”, secondo il CliftonStrengths Assessment di Gallup, è il secondo Talento che ho più sviluppato, e di questo devo ringraziare mia madre.

Uno dei primi ricordi che ho in merito risalgono a quando avevo più o meno dieci anni. Erano i primi anni ’90, c’erano le “Pubblicità Progresso” che iniziavano a parlare di una malattia, l’AIDS, che sembrava diffondersi dappertutto. Usciva al cinema Philadelphia, film capolavoro con un fantastico Tom Hanks, e a noi bambini gli adulti raccomandavano sempre di fare attenzione alle siringhe nel parco. Drogati e malati di HIV facevano paura. Eppure, in quel periodo – non ricordo neanche bene in che modo – mia madre decise di fare un passo verso quelle persone. Conobbe così due famiglie con bambini che stavano facendo un percorso di riabilitazione in una comunità per ex-tossicodipendenti. In una delle due famiglie, non solo i genitori erano sieropositivi ma anche uno dei bambini, che non si era negativizzato alla nascita come gli altri. Avevano un passato difficile, e anche un presente complicato, fatto di violenze, degrado, ma soprattutto solitudine. A casa nostra si sentivano semplicemente “persone”. Io giocavo con i bambini, un po’ più piccoli di me, con semplicità, si festeggiavano i compleanni, si rideva e si piangeva. A 11 anni ricordo che coinvolsi due mie compagne di scuola di prima media in una piccola raccolta fondi (risparmiammo per mesi sulle nostre paghette) per comprare dei giocattoli da regalare a Natale ai bambini. Fu una festa bellissima.

Poi ci fu la volta in cui conoscemmo Aldo (nome di fantasia), un ragazzo omosessuale. Dovete sapere che quando mia madre studiò medicina, l’omosessualità era ancora considerata una patologia, attestata dalla stessa OMS. Conoscere Aldo le fece capire – più a lei che a me, io non sapevo neanche perchè i gay fossero discriminati – che di nuovo, al di là di tutto, aveva a che fare con una persona. Aldo amava cantare, faceva parte di un coro, e abbiamo passato un sacco di pomeriggi con gli spartiti in mano a provare, sorridendo della nota incapacità di mia madre di prendere una nota esatta.

La nostra era la più piccola famiglia del mondo, formata da noi due, eppure diventava più grande mano a mano che si apriva al mondo. Tante persone che mia madre incontrava sul lavoro, in parrocchia, in giro, a un certo punto si sentivano attratte da questa mini famiglia e per un po’ vi entravano, così come poi semplicemente se ne allontanavano.

Uno dei momenti più complessi fu l’incontro con le donne che volevano abortire. Mia madre come medico aveva fatto obiezione di coscienza, perchè non voleva partecipare in alcun modo agli aborti. Poi però decise di fare le visite preoperatorie, non con l’intento di far cambiare idea alle donne, ma per ascoltare, per capire.

Fu così che Marta (altro nome di fantasia) entrò nella nostra orbita. Ragazza giovane, bella, innamorata di un uomo sposato che “stava per lasciare sua moglie da un momento all’altro”, ma che, come purtoppo accade, non lo fece mai, nemmeno dopo che lei ebbe abortito. Marta entrò in una grandissima depressione – patologica, intendo – e tentò persino il suicidio. Cercammo di starle vicino, mia madre la indirizzò da uno specialista, ci volle tempo, pazienza e fatica, ma poi ce la fece ad andare avanti.

Mia madre cerca sempre di guardare in faccia i suoi limiti, i suoi pregiudizi, e di andare oltre. Mi ripete fin da quando ero bambina: “Ogni persona merita di essere accolta, non perchè se lo è guadagnato, ma perchè è un fratello”.

Io nel frattempo crescevo, diventavo adolescente, e a mia volta iniziavo ad aprirmi agli altri, nella vicinanza alle amiche, nel mettermi a disposizione di compagni di scuola che avevano bisogno per lo studio, facendo volontariato, semplicemente fermandomi a chiacchierare per conoscere le persone che chiedevano le elemosina per strada.

Poi, senza nemmeno che me ne accorgessi, non ero più solo io a fare un passo verso gli altri, ma mi capitava – e ancora oggi – che le persone volessero entrare in contatto con me. Volessero parlarmi. Vedessero in me qualcuno che li potesse semplicemente ascoltare. Così in fila alla cassa del supermercato, in autobus, in ascensore, ho ascoltato di problemi di salute, di preoccupazioni per il lavoro, di solitudine, di decisioni da prendere… e il mio contributo è stato solo un accogliente silenzio. Perchè mi sono resa conto che non posso aiutare tutti, ma sicuramente posso far sì che ogni persona si senta di valere la mia attenzione e il mio tempo, o almeno ci provo.

Ripercorrendo questa piccola storia personale mi rendo conto di come la Obama abbia ragione: l’empatia è un valore per tutta la società, perché ci rende capaci non di vedere le persone come “gli altri”, ma di farci noi stessi prossimi a loro.