“Sono fatto così!”…adesso.

Accettare se stessi vuol dire accettare che possiamo cambiare

Durante l’ennesima discussione con mio figlio di otto anni (solite cose, sul disordine delle sue cose, sui libri di scuola dimenticati, sui dispetti alla sorella..), lui se n’è uscito con la mitica frase “ma io sono fatto così! Non mi puoi cambiare!”.

Ti suona familiare? Sul momento mi ha spiazzato sentirla uscire dalla bocca di un bambino, ma tante altre volte mi è capitato di sentirlo dire da colleghi, familiari, amici. “Sono fatto così” è la frase che vuole mettere un punto alla discussione: se l’altro controbatte, si sfodera l’arma del senso di colpa “perchè mi vuoi cambiare? Non ti vado più bene? Mi vuoi far diventare quello che non sono!”.

Ma quando siamo diventati così? Ed è vero che non possiamo più cambiare?

Il cervello umano conta circa 68 miliardi di neuroni, ognuno dei quli connesso agli altri attraverso un elevatissimo numero di collegamenti, le sinapsi. In passato si credeva che la struttura del cervello si definisse nei primi anni di vita, per poi restare immutata nell’età adulta. Oggi, invece, diversi studi sulla neuroplasticità hanno rivelato che la struttura del cervello continua a cambiare, anche se più faticosamente di un cervello giovane, in risposta all’apprendimento.

Gli studi sulla neuroplasticità sono iniziati alla fine del 1800 (con alcuni precursori che già ne parlavano agli inizi del XIX sec), fino ad arrivare a definire questa capacità del cervello di modificarsi sia a livello strutturale (ovvero la capacità di creare, rafforzare, indebolire o eliminare le sinapsi), sia a livello funzionale (ovvero la capacità di adibire altre aree del cervello a una funzione specifica, come la capacità di parlare, quando l’area preposta viene danneggiata).

Che impatto ha la capacità del cervello di modificarsi nella nostra vita? Potenzialmente, un impatto enorme.

Potenzialmente, certo. Perchè se continuiamo a fare le stesse cose, avere gli stessi atteggiamenti nei confronti delle persone, e fondamentalmente ci chiudiamo ad ogni forma di apprendimento, allora il nostro cervello non avrà molti stimoli per cambiare e quindi la sua plasticità ci interesserà meno di zero.

Se invece pensiamo alle innumerevoli possibilità che abbiamo (considera che il nostro cervello a 3 anni di età aveva circa 15.000 di sinapsi per neurone… da moltiplicare per 68 miliardi… un bell’hardware!) di apprendere cose nuove, di rafforzare certe connessioni, ma anche di eliminarne altre, possiamo davvero ogni giorno arrichire noi stessi di qualcosa di diverso.

La differenza sta nella mentalità, nell’approccio, o per dirla in inglese, nel “mindset”. Carol Dweck, professoressa di psicologia all’Università di Stanford, ha iniziato già oltre 30 anni fa a parlare dell’importanza del mindset come risorsa per lo sviluppo non solo psicologico della persona ma fisiologico del cervello. Il suo “growth mindset” è un approccio che evidenzia (attraverso esperimenti condotti in scuole di vario ordine e grado) come focalizzarsi sull’impegno verso l’apprendimento e non sul risultato, sulla propria capacità di imparare rispetto al cambiamento che si vorrebbe ottenere, aiuti ad essere più resilienti, più aperti verso l’innovazione e l’assunzione del rischio, e alla fine a performare meglio.

Quante volte sarà successo anche a te di aver studiato tanto e di aver preso un voto più basso di quello che ti aspettavi: non ti sei sentito anche tu un po’ sconfortato? O forse anche stupido? Perchè il tuo era un approccio orientato al risultato e non all’apprendimento.

Il focus sul risultato finale può essere molto motivante nel breve termine e anche nel medio se I risultati attesi arrivano, ma può essere anche un boomerang nel caso di insuccesso: ti porta a pensare che non vale la pena sforzarsi tanto, che forse mi sono sopravvalutata, che è meglio lasciar perdere. È quello che ti può portare a pensare: “sono fatto così, con questi limiti insuperabili”.

Il focus sull’apprendimento invece considera un fallimento, un errore, come uno degli step del percorso di apprendimento (non sempre lineare e già ben definite) e può portare benefici sul lungo periodo: apprendere dagli errori, costruire sulla propria esperienza e valorizzare I propri punti di forza ti possono aprire strade mai pensate fino ad allora, scoprire cose di te che neanche tu sapevi di avere, abbracciare le sfide invece che rifuggerle e quindi poter dire “sono fatto così, adesso… ma domani potrei essere una versione migliore di me stesso”.

Per approfondire: “Mindset. Cambiare forma mentis per raggiungere il successo” (Carol S. Dweck, 2019, FrancoAngeli Ed.)

Oggi è il giorno per fare a pezzi un elefante

Non me ne abbia il WWF…

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Oggi sono stanca, oggi mi hanno riempito di lavoro, oggi ne ho troppo da fare…

Quante scuse ci diciamo per rimandare quello che vorremmo (o dovremmo) fare? Che siano grandi progetti come cambiare lavoro, trasferirsi in un’altra città, cambiare stile di vita o iniziative come iscriversi in palestra (e frequentare!!!), rimettere ordine in cantina o semplicemente leggere quell libro che ci hanno regalato tanto tempo fa, a volte ci sembra che oggi non sia mai la giornata giusta.

Invece oggi è tutto ciò che abbiamo.

Riguardando per l’ennesima volta Kung Fu Panda con mia figlia, mi colpisce sempre quando il maestro Oogway dice: “C’è un detto: ieri è storia, domani è un mistero, mo oggi è un dono…per questo si chiama presente!”. Collegare l’oggi, l’adesso, il presente con il dono… sono andata a vedere nel dizionario etimologico, e ho trovato che “presente” è composto da due parole latine: pre- (innanzi, davanti) e sum (verbo essere), ovvero qualcosa che tis ta dinanzi agli occhi, è qui, e ti viene offerto (quindi donato).

Perchè allora ignoriamo questo dono? Perchè lunedì, domani, l’anno prossimo, quando andrò in pensione (ah ah!) sono meglio?

Ci possono essere due risposte.

La prima è la più ovvia: non è davvero una cosa importante per noi. È quasi doveroso dopo le feste natalizie dire che ci si iscriverà in palestra per smaltire, per prepararci alla prova costume, ma in fondo non ne abbiamo realmente voglia e stiamo pianificando le ferie estive in montagna. Però sentiamo una sorta di obbligo che deriva dal fatto di sentirci anche superficialmente parte di quella società che ci vuole tutti più sportivi e in forma. Allora semplicemente: smettiamo di angosciarci se non andiamo in palestra e passiamo oltre. Se fossimo realmente convinti che la palestra è una priorità troveremmo il tempo. E questo guida alla seconda risposta: se è davvero prioritario e comunque non troviamo il tempo per farlo è perchè non sappiamo come farlo.

Se ho tanta voglia di vedere come va a finire quell libro, spengo la tv e lo leggo. Semplice e lineare. Ma se si tratta di cambiare lavoro? O di trasferirsi in un’altra città (o Paese)?

Ci sembrano cose così complesse che il solo pensiero ci fa mancare il respiro, strabuzzare gli occhi, e a quel punto abbiamo già incosciamente aperto I cancelli delle scuse che facciamo entrare a frotte nella nostra mente.

Ma come dice un altro detto, dobbiamo imparare a “tagliare l’elefante a fette”. Un problema complesso lo si può affrontare suddividendolo in una serie di problemi più semplici, che messi nell’ordine giusto possono portarci dove volevamo arrivare.

Possiamo per esempio partire da queste 7 macro-categorie che ci possono aiutare a raggruppare tutti I sotto-problemi (che preferisco chiamare “fattori chiave”) che verranno fuori dalla nostra procedura di affettamento:

  1. Tempo (definire le scadenze e il tempo necessario da dedicare a ciascuna attività)
  2. Energia (livello di energia, di impegno, di “fatica” connessi all’attività da svolgere)
  3. Soldi/risorse materiali (investimenti, spese, strumenti da comprare…)
  4. Stato fisico e mentale (implicazioni emotive, ripercussioni positive o negative sulla nostra salute, conoscenze e competenze necessarie)
  5. Supporto sociale (abbiamo una rete di persone a supporto? Come semplice sostegno e incoraggiamento ma anche come mentori, insegnanti, rispetto a quello che vogliamo ottenere?)
  6. Divertimento, piacere (fattore da non sottovalutare, soprattutto se il problema richiede un impegno costante per un periodo lungo di tempo: cosa ci piace delle cose che dobbiamo affrontare? Come le mettiamo insieme ai nostri doveri?)
  7. Significato (ultimo ma non per importanza: qual è il significato più profondo dell’affrontare tutto questo? Quali le nostre aspettative in caso di successo, non solo dal punto di vista del mero raggiungimento dell’obiettivo, ma per la nostra felicità)

Se riusciamo a inserire tutte le parole, attività, dubbi che abbiamo in ogni categoria riusciremo intanto a fare ordine in quella marea di pensieri ed emozioni che prima temevamo ci travolgesse. Dopodichè analizziamo ciascun fattore: se ad esempio il “significato” di trasferirmi in un’altra città è fuggire da qualcosa o da qualcuno, siamo sicuri che quello sia il metodo giusto? L’allontanamento fisico è sufficiente? Ci sono alternative?

Così, senza pensarci troppo, avrete già fatto qualcosa in merito a quell problema o progetto, e l’avrete fatto oggi.