SCOMODA

Scorrendo i reel e i post divertenti sui social, mi capita di imbattermi in contenuti in cui il protagonista sbotta improvvisamente perché non ne può più della situazione che vive, per cui l’unica possibilità è cercare qualcosa di nuovo e di diverso. Che sia il lavoro, la propria quotidianità, le relazioni, sembra che debba arrivare un momento – per alcuni è un sussurro interiore, per altri un grido che non si può più ignorare – in cui restare dove siamo diventa più doloroso che muoversi verso l’ignoto.

E mi chiedo: cosa porta fino a questo punto? E, soprattutto, cosa fare? 

La prima cosa secondo me è non giudicare se stessi, e soprattutto di non paragonare il proprio percorso a quello di altri. Quando praticavo yoga, da principiante, non riuscivo sempre a fare correttamente tutte le posizioni, eppure l’insegnante mi ripeteva sempre: sei esattamente dove dovresti essere. Accettarsi e accettare.

Ma accettare non vuole dire accontentarsi.

Smettere di accontentarsi è un atto di coraggio. Non perché sia sempre visibile o clamoroso, ma perché richiede onestà con se stessi, e la volontà di ascoltare quel senso di disallineamento che ci abita quando viviamo lontani da ciò che siamo davvero.

Questo viaggio parte da una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: “Che cosa voglio davvero?”. Non nel senso superficiale del desiderio momentaneo, ma nel senso più profondo: “Perché sono qui?”.

E questa domanda, se la si lascia agire, ci conduce inevitabilmente alla scoperta dei nostri Talenti.

I Talenti non sono solo ciò che sappiamo fare bene. Sono anche ciò che ci fa sentire vivi, ciò che ci manca quando ne siamo lontani. I nostri Talenti parlano di noi, raccontano chi siamo. E, paradossalmente, ci chiedono di essere vissuti, non solo espressi.

Lo sottolinea anche Ken Robinson nel suo libro “The Element”: il talento è ciò che nasce quando una capacità naturale incontra una passione autentica. Quando ci allontaniamo da questo incontro, qualcosa in noi si spegne.

Smettere di accontentarsi, allora, significa iniziare a fare spazio: spazio per ascoltare, per esplorare, per osare sentieri non ancora tracciati.

Significa, come scrive Parker J. Palmer in “Let Your Life Speak”, imparare a “lasciar parlare la propria vita” piuttosto che forzarla a seguire ciò che altri si aspettano da noi.

Non è un cammino comodo. Ma è l’unico che ci restituisce interi.

E spesso, è proprio in quella zona di discomfort che incontriamo il nostro vero potere: il potere di scegliere la verità su di noi, anche quando costa.

Smettere di accontentarsi non è un capriccio, ma diventa il momento in cui decidiamo che vivere allineati con i nostri Talenti, e con ciò che davvero ci chiama, è più importante di essere “bravi”, “sicuri” o “comodi”.

È il momento in cui iniziamo davvero a vivere.

Vuoi scoprire con me i tuoi Talenti e trasformarli in energia?

Il coraggio non è l’assenza di paura

C’è un momento, prima di ogni scelta importante, in cui qualcosa si blocca. Ci stavo giusto pensando in questi giorni, interrogandomi sul mio ruolo come professionista.
Una voce dentro di me che mi dice:

“E se sbaglio?”
“E se non sono all’altezza?”
“E se fallisco davanti a tutti?”

Quella voce si chiama paura. E no, non è una voce nemica.

La paura non è da combattere. È da ascoltare.

La paura nasce per proteggerci. È un campanello d’allarme che ci avvisa di un rischio.
Ma nel lavoro, nella crescita personale, nel business… il rischio è inevitabile.
La paura allora non deve decidere per noi, ma può guidarci a prepararci meglio.
Ci fa domande scomode, ma utili:

  • Hai davvero chiaro cosa vuoi? Il tuo perché?
  • Hai valutato i possibili scenari?
  • Sei pronto ad affrontare anche un esito diverso da quello che immagini?

La paura può diventare una bussola, ma solo se non le lasciamo il volante.

E gli errori?

Gli errori fanno parte del gioco, eppure spesso li viviamo come un’etichetta permanente:

“Ho sbagliato = non sono capace.”

Sbagliato.

L’errore è informazione.
È esperienza in diretta.
È l’unico modo reale per crescere, se sappiamo osservarlo con lucidità e non con giudizio.

Come si superano paura ed errori?

  1. Accettandoli. Non devi essere perfetto, devi essere in cammino.
  2. Riconoscendo il pensiero bloccante. Spesso è un racconto interiore, non un fatto.
  3. Agendo a piccoli passi. Il movimento crea sicurezza. Restare fermi la distrugge.
  4. Cercando supporto. Nessun percorso di crescita è davvero in solitaria. Parlane con chi può aiutarti a vedere le cose da un altro punto di vista.

Il primo passo, spesso, è proprio decidere di non aspettare il momento perfetto.
Perché non arriverà.

Ma tu sì.
Puoi arrivare, se inizi.

Contattami se vuoi scoprire come i tuoi talenti possono darti la forza per muovere il primo passo!

Il “tran-tran”

“Non viene per ogni organismo il momento in cui subentra la normale amministrazione, il tran-tran?”

(La giornata di uno scrutatore, I. Calvino)

Il tran-tran, la normale amministrazione, la routine: che noia, vero? L’espressione onomatopeica del titolo di questo post deriva dal rumore ripetitivo di una macchina, come ad indicare qualcosa di meccanico che va avanti perché deve, perché è stata impostata così.

Da qui il bisogno di evasione, di scelta, di libertà, che spesso però è stato ridotto all’attesa del weekend,  delle vacanze estive, del ponte primaverile. Come se esistesse una vita vera – l’evasione – e una vita finta, meccanica, ripetitiva. Eppure noi spendiamo molto più tempo nella seconda che nella prima, se consideriamo “tran-tran” il tempo del lavoro, del mangiare e dormire, del fare la spesa e le pulizie di casa, il tempo passato in macchina per gli spostamenti quotidiani… non è un po’ triste? Cosa fare?

Chiunque fa sport o svolge la professione del coach, come me, sa bene che l’allenamento è fondamentale per migliorare e aumentare le prestazioni. Non posso improvvisarmi maratoneta da un giorno all’altro, così come non posso intraprendere un cambiamento duraturo nel mio modo di comportamenti solo perché lo decido. Semplicemente fallirei. È l’allenamento che fa la differenza, e qualsiasi tipo di allenamento prevede – ahimè! – la ripetizione. La ripetizione di un gesto, di un processo, di un atteggiamento è quello che ci serve per imparare a farlo sempre meglio, fino a renderlo una scelta automatica.

Ripetizione, automazione… forse il tran-tran allora non è così negativo. Il punto per me è viverlo in maniera consapevole.

Quando ad esempio mi confronto con manager d’azienda in merito allo sviluppo del potenziale dei loro team, l’obiezione che mi viene posta con più facilità è: “sì è molto bello, ma richiede tempo e io devo fare un sacco di cose.” Come se, di nuovo, ci fosse una contrapposizione fra l’operatività quotidiana e la relazione con i collaboratori, come se quest’ultima fosse un momento di vero esercizio della leadership mentre il resto fosse parte del grande calderone delle cose da fare.

Smettiamo di vedere contrapposizioni. La vita è il tran-tran e l’evasione, il ruolo del manager (ma in generale, di chiunque svolga un lavoro) è operatività e relazione. Pensare in maniera duale ci limita, perché ci fa inquadrare ciò che è ripetitivo come un male inevitabile, che subiamo e non scegliamo, e questo non è vero.

Il tran-tran è proprio l’occasione che ci viene data ogni giorno per allenarci. Sono ore e ore di palestra incluse nel prezzo. Vorrei dedicare più tempo a quel collega, che fatica a raggiungere i suoi obiettivi? Non devo “ritagliarmi” degli spazi extra in agenda, basta che consideri ogni occasione in cui ho a che a fare con quella persona come a un’occasione di sviluppo. Quindi invece che semplicemente dire cosa fare, chiedere all’altro come lo vorrebbe fare e dare dei suggerimenti per rendere la sua idea più efficace ed efficiente. Invece che arrivare alla riunione con già le decisioni prese, utilizzare quel momento per far emergere punti di vista e proposte dagli altri. E la cosa bella è che, di occasioni come queste ne ho a bizzeffe, perché fanno parte di quella routine che tanto odiavo! Non mi riesce la prima volta? Riprovo, ancora e ancora. Perché ci si può allenare sempre, siamo già in palestra.

Altro esempio: mi sento come incastrato in un lavoro poco stimolante, mentre io mi sento una persona più creativa? Ottimo! La creatività nasce dai vincoli. Non c’è bisogno di creatività se è già tutto realizzato come lo vogliamo noi. Quando qualcuno è davvero creativo, lo è perché è in grado di “definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze”(enciclopedia Treccani): non solo alcune esperienze, ma tutte!

“Tutto il resto è giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire. E costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione”

(Costruire, Niccolò Fabi)

Proviamo, un giovedì qualsiasi di una settimana qualunque a chiederci: cosa posso allenare oggi? In quello che sto per affrontare, nella mia quotidianità cosa posso costruire?

E ogni sera, poco prima di chiudere gli occhi, poter dire: anche oggi è stata una giornata di vita vera, più di ieri e meno di domani.

Connessione. Interdipendenza. Reciprocità.

Sono parole che mi affascinano da sempre, ma oggi più che in passato credo che siano di incredibile attualità, nonchè una necessità sociale.

Siamo in un momento come mai prima in passato in cui il “qui e ora” assume una valenza globale, che ci spinge (volenti o nolenti) verso l’altro. Ma per entrare in contatto veramente con gli altri è necessario rinnovare (o iniziare?) il cammino di conoscenza di noi stessi, perché alla base del dialogo ci sono due identità che si confrontano: non posso darti ciò che non ho – o non so di avere.

Il fine di questo blog è proprio questo: raccogliere riflessioni, pensieri, con il giusto equilibrio di profondità e ironia, non tanto per dare delle risposte, ma per porre le giuste domande.

Questo è il lavoro del coach. Ed è la mia passione.