La potatura

È il primo giorno dell’anno e anche se di solito i bilanci si fanno in chiusura di anno, ho voluto ritagliarmi del tempo questa mattina per scrivere un po’.

Nei giorni scorsi mi sono arrivati messaggi, ho visto video e canzoni di persone che non vedevano l’ora di far passare questo odiato 2020. Adesso siamo nel 2021, ma io mi sento uguale a ieri. Di certo, però, sono molto diversa dal capodanno di un anno fa.

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Gennaio è sempre il mese dei buoni propositi, della definizione di obiettivi, di inizio di nuovi progetti, un mese carico di speranza, sempre. Un anno fa stavo per aprire la mia Partita Iva, mi mettevo in proprio con un grande slancio, passione e voglia di fare. Di sicuro non mi aspettavo di iniziare la mia nuova attività in un anno del genere… Eppure ho lavorato. Non tanto come avrei voluto, con mesi di assoluto silenzio, ma ho lavorato. Ho imparato, ho ascoltato, ho dato.

Ricordo che ad aprile ho sfiorato il picco dello stress: lavorare da casa, i figli in didattica a distanza da seguire, la casa da pulire, il lockdown. Cercavo di sostenere tutti, di ascoltare chi si sentiva abbattuto, spaventato dalla situazione, di incoraggiare chi non pensava di poter gestire un cambiamento così repentino e in cambio mi sentivo svuotare.

Mi è allora venuto in mente ciò che mi disse una persona quando ero ancora una ragazzina: “Come puoi dissetare gli altri se il tuo pozzo è vuoto?”. Da quel momento è nato il cambiamento: ho iniziato a potare. Tagliare dei rami, anche se non secchi, anche se dolorosamente vivi, per fortificarmi. Capire cosa fosse veramente essenziale e smettere di volere il superfluo. Sicuramente alcune potature sono state imposte dalla situazione, dalle misure di contenimento della pandemia; ma le potature forse più dolorose erano quelle che ho imparato io stessa a fare su di me.

A volte quel “di più” da tagliare era fingere di stare bene per dare forza a un altro: ho capito che per diventare più forte avrei dovuto abbracciare la mia debolezza e condividerla, in un dialogo ricco di reciprocità, un “do et des” che potesse rinfrancare entrambi nella relazione.

Ho capito che potare voleva dire anche fare meno, ma con più intenzione: sostituire il devo fare con il voglio fare.

Potare voleva anche dire prendermi cura di me stessa, dedicare del tempo per il mio benessere fisico, riscoprendo un’unitarietà e un’interconnesione profonda fra corpo, cuore e cervello.

Nella seconda metà dell’anno ho così iniziato a raccogliere dei frutti da questa potatura. Piccole cose quotidiane, in mezzo agli errori e alle deviazioni; ma è giusto così: come dice Niccolò Fabi in una bellissima canzone, “Costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione”.

Così la mia valutazione dell’anno non è basata sul raggiungimento o meno degli obiettivi che mi ero data a gennaio scorso, ma su come il percorso che ho fatto nel cercare di raggiungerli mi abbia fatto ottenere altri risultati che non avevo previsto.

Questo per me non vuole dire che mi accontento di quel che ho raggiunto senza puntare “in alto”, ma che spesso nel tenere gli occhi fissi sulla palla si perde di vista il campo. Che non posso buttare via un anno per ciò che non ho fatto o per quel che non ho raggiunto, ma ringraziare per ogni passo che mi ha portato fino a qui. Sarebbe come biasimare Cristoforo Colombo per non aver raggiunto l’India, invece di congratularsi per aver scoperto un nuovo continente.

E così, con piccoli germogli ancora verdi e rami più possenti, sono pronta per il nuovo anno, e auguro un buon cammino anche a voi!

Buon 2021!

La torta e il ciambellone

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Faccio una premessa: io adoro cucinare, ma i dolci non sono il mio forte.

In questi giorni, per proporre una merenda diversa ai miei figli, ho pensato di mettermi a fare un bel ciambellone allo yoghurt. Una cosa semplice, bella anche da vedere, con il suo bel buco in mezzo.

Mentre leggevo la ricetta, mi si è accesa una lampadina: ma non è la stessa ricetta della torta allo yoghurt? Allora ho cercato la ricetta della torta e ho visto che – e qui chiedo scusa ai pasticceri che stanno leggendo – non c’era poi una gran differenza negli ingredienti e nel procedimento. Ma le forme sono diverse e il nome, le parole che usiamo, sono diversi.

Come spesso mi accade, questo banale episodio mi ha fatto riflettere più in profondità su come le parole possano modellare la realtà, che a sua volta influenza i nostri comportamenti. Quante volte, soprattutto in questi momenti difficili, di cambiamento, descriviamo ciò che succede in maniera negativa e di conseguenza ci mettiamo sulla difensiva? O al contrario, quando descriviamo una situazione in maniera positiva ci sentiamo capaci di gestirne o affrontarne anche gli aspetti negativi?

Le parole sono potenti. Le parole che nella nostra mente formano un pensiero sono la prima cornice con cui interpretiamo la realtà.

Quando nella formazione o nel coaching parlo con le persone che vogliono migliorare la propria efficacia personale o le performance lavorative, queste iniziano a parlare di cosa fanno e di quanto il loro comportamento sia in funzione del contesto in cui si trovano. Il mio lavoro sta nell’aiutarle a guardare ancora oltre: a come il contesto (che pure è formato da persone, culture, modi di fare che non sono sotto il nostro diretto controllo) assuma un significato in base a come loro lo interpretano, ed è quello che influenza il loro comportamento, non un qualcosa che esiste al di fuori di loro.

“Non vediamo le cose come sono; le vediamo come siamo noi”

(Anaïs Nin, scrittrice, 1903-1977).

Ognuno di noi indossa degli occhiali che costruiamo, ripariamo, smontiamo e rifacciamo lungo tutto il corso nella nostra vita. La struttura di base è quella che si forma nella prima parte della nostra vita, in cui si forma il carattere, la personalità, in cui si assorbono dei valori e un modello sociale dalla nostra famiglia, prima, da altre persone significative, poi. Il punto è che non sempre ci rendiamo conto di avere gli occhiali sul naso, perché oramai ci siamo abituati al loro peso e al modo di vedere che essi ci consentono. Non ci chiediamo se vediamo bene, se potremmo vedere meglio, li consideriamo il nostro punto di partenza per guardare al di fuori; dobbiamo invece soffermarci a guardare le lenti con cui guardiamo.

Quello che mi ha affascinato sin dall’inizio della cosiddetta “psicologia positiva”, e che mi ha spinto a voler studiare e certificarmi come Strengths Coach, è quello di analizzare la psicologia umana non partendo da ciò che non funziona, da ciò che si “rompe”, ma chiedendosi: “cosa rende una persona un talento?”. Ogni volta che partiamo a lavorare su noi stessi guardando quello che non sappiamo fare, i nostri limiti, formiamo una cornice interpretativa di noi stessi come “mancanti”, “perdenti”. Se invece partiamo guardando a ciò che sappiamo fare, ai nostri talenti, la cornice diventa quella del “talento”, del “successo”. Se abbiamo successo in qualcosa, se riusciamo a fare in maniera eccellente qualcosa, che risorse stiamo mettendo in campo? Che parole utilizziamo per superare le difficoltà e i problemi in quei contesti? Cosa ci dà fiducia? Rispondendo a queste domande possiamo andare alla radice del nostro talento, trovando quelle risorse che poi possiamo impiegare laddove invece non riusciamo, laddove non sappiamo come fare.

Questo modo di procedere, però, ci mette ad un certo punto di fronte a una parola che la nostra cultura sta cercando di cancellare: limite. Ognuno di noi ne ha e bisogna farci i conti. Non facciamoci ingannare dagli slogan “no limits”, “puoi essere tutto quello che vuoi”… perché ad un certo punto rimarremo delusi, e quella delusione sarà come una porta che sbattendo sulla nostra faccia infrangerà in mille pezzi la cornice interpretativa positiva che tanto ci era costato costruire.

Il limite è quello che canalizza il nostro talento e lo rende più potente laddove lo riusciamo ad esprimere, come gli argini di un fiume che indirizzano la potenza dell’acqua, facendole trovare, scavare, una strada verso il mare.

Il limite più depotenziante che possiamo invece costruire noi stessi è quello che per raggiungere il successo personale o lavorativo (e qui preferirei usare la parola “compiutezza”, in quanto successo ci rimanda in automatico a dei modelli socialmente imposti) dobbiamo essere bravi come o più di qualcun altro. Il paragone è come un masso che va a ostruire completamente il nostro fiume.

Ciascuno di noi è unico, con i suoi talenti e i suoi limiti. Mi viene in mente il dramma delle ragazze (principalmente, ma la cosa coinvolge anche i ragazzi) che dagli anni ’90 del secolo scorso, per essere belle come le modelle o le star, si sono infilate in tunnel di disturbi alimentari che sono diventati una vera e propria piaga sociale; ci sono voluti decenni per poter riaffermare la bellezza del corpo in tutte le sue forme, eliminando la dittatura del canone estetico unico.

Ci lamentiamo tanto oggi della “dittatura sanitaria” ma non ci lamentiamo affatto delle tante dittature che impongono un modello unico di successo e benessere a cui tendere.

Fermiamoci. Un minuto al giorno basta. Ripensiamo alle parole che definiscono le nostre azioni, il nostro contesto, le relazioni con chi abbiamo accanto. Possiamo cambiarle? Quali parole potenziano i nostri talenti unici e quali li affossano?

Ognuno è unico perché unico è il contributo che può portare e di cui ha bisogno il mondo.

Se ci fermiamo alle azioni, al fare, allora è vera la frase “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”. Noi non siamo macchine che funzionano, che vengono al mondo per la loro utilità, ma siamo esseri umani, che vengono al mondo per arricchirlo e lasciare un’impronta che altrimenti nessun altro potrà lasciare.

Imbuti da riempire

Mio figlio, che non sente mai niente ma ascolta tutto, l’altra sera a cena mi fa: “Sai che la Ministra della Scuola ha detto che non bisogna trattare gli studenti come imbuti da riempire? Ma gli imbuti non si possono riempire! Che senso ha questa frase?”.

Avevo già letto la frase riportata da diverse testate nonché ripostata dai social, ma non ci avevo fatto caso dando per scontato che la Ministra intendesse “non riempite la testa degli studenti di nozioni come si fa con degli imbuti per le bottiglie”; effettivamente, detta così – se uno, come mio figlio novenne, non sa – questa frase non ha senso. Gli imbuti hanno un buco sotto e non trattengono nulla.

Poi però la mia mente di cuoca è andata a quell’odiosa operazione che faccio con l’imbuto per riciclare l’olio alimentare, ovvero svuotare la padella colma di olio – magari di frittura – in una bottoglia destinata allo smaltimento: non so se vi è mai successo che residui di pangrattato, farina o altro formassero una sorta di tappo occludendo il buco inferiore dell’imbuto, col risultato di dover interrompere l’operazione per togliere il “tappo” o peggio, versando l’olio fuori dall’imbuto e dalla relativa bottiglia. Ebbene, questa casalinga situazione mi ha fatto pensare al processo di apprendimento: se è corretto non equiparare l’apprendimento a un mero trasferimento di nozioni, è altrettanto corretto che per permettere al nuovo di entrare in noi non ci devono essere occlusioni.

Ieri per radio lo speaker della trasmissione che stavo ascoltando ha citato Epitteto dicendo: “È impossibile per un uomo imparare ciò che crede di sapere già”, dove in quel crede si racchiude tutto il ventaglio di possibili ostruzioni del nostro imbuto: pregiudizi, supponenza, egocentrismo, ignoranza. Eh sì, ignoranza. Perchè sebbene l’ignoranza in merito a qualcosa dovrebbe essere il motore che scatena l’apprendimento (non lo so, quindi lo imparo) in molte situazioni è il più grosso freno.

In tanti anni nel campo della formazione degli adulti mi sono accorta di come questo fenomeno sia più diffuso di quanto si pensi, anche tra persone laureate e ben istruite. Perchè l’ignoranza riguardo a un argomento o a una competenza non ci piace, ci fa sentire in qualche modo “indifesi” nei confronti degli altri. Quindi il nostro cervello si aggrappa a quel poco che conosce e che possiamo correlare con l’argomento rendendo quelle scarse informazioni “tutto ciò che devo conoscere in merito”: se ci fosse stato altro di rilevante, l’avrei saputo, no? Questo ci fa sentire bene, in un certo modo sazi di sapere, quindi chiusi all’apprendimento.

Questo purtoppo però non vale solo per le conoscenze o le competenze, ma ci succede di applicare lo stesso principio alla vita e alle relazioni. Creiamo delle routine – la settimana di 5 giorni lavorativi, le vacanze nella casa al mare, il pranzo di Natale coi parenti – che da una parte ci rassicurano nella loro prevedibilità e dall’altro ci impediscono di stupirci. Quindi releghiamo lo stupore agli eventi eccezionali (dalla romantica proposta di matrimonio alla promozione sul lavoro, dalla festa di compleanno a sopresa all’adozione di un cucciolo, e potrei andare avanti per mesi) precludendolo alla vita di tutti di giorni.

Ad esempio, dopo anni di lavoro nella stessa azienda, mi sono accorta che non mi aspettavo dai colleghi più conosciuti niente di più di quello che già sapevo di loro: una conversazione noiosa e dovuta alla macchinetta del caffè, una battuta divertente da quella collega che era sempre spiritosa e allegra, un’occhiataccia da quell’altro a cui probabilmente stavo antipatica.  

Quello che mi ha cambiato completamente la vista (sì, non è un refuso: bisogna imparare anche a vedere) è stato iniziare a “fare il vuoto”: ovvero il vuoto da noi stessi, dalle nostre presunte conoscenze, dai pregiudizi nei confronti degli altri. Sturare l’imbuto. Gli eventi degni del nostro stupore si sono moltiplicati in breve tempo, perchè sono stata capace di vedere cose che prima non vedevo, chiusa in me stessa. Ho imparato cose nuove dall’ultima arrivata, ho visto i miei comportamenti attraverso gli occhi degli altri e ho capito di più di me.

La ricercatrice Cathrine L’Ecuyer, specialista in Pedagogia e Psicologia, ha basato sullo stupore la sua teoria dell’apprendimento[1], dicendo che “La capacità di stupirsi è ciò che spinge il bambino alla scoperta del mondo. E’ la sua motivazione interna, la sua prima sollecitazione naturale”.

Più saranno le occasioni di “fare il vuoto” in noi stessi e di noi stessi, maggiori saranno le situazioni di reale stupore e di apprendimento di qualcosa di utile per noi.

Quindi se è vero che imparare non è rimpirci la testa di informazioni o nozioni usando degli imbuti, possiamo ricordarci noi stessi di essere come gli imbuti, pronti a svuotarci per riempirci e nuovamente svuotarci per accogliere tutto ciò che la vita vuole offrirci.


[1] https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnhum.2014.00764/full

Sono esattamente dove dovrei essere

Durante il llockdown – sembra passato un secolo invece è stato solo qualche mese fa – ho iniziato a seguire dei video online di yoga, così per provare. Ho iniziato a seguire un canale canadese, con una insegnante che trovo davvero splendida, sia perchè spiega bene cosa fare sia perchè i suoi video non sono quasi mai girati al chiuso ma sempre in location meravigliose: foreste centenarie, in riva ai laghi, sulla spiaggia dell’oceano… in un periodo di forzata clausura, quei paesaggi mi rinfrancavano gli occhi e il cuore. Così, trasportata dall’emozione, dal cuore, ho coinvolto il mio corpo in questa pratica, che a sua volta ha coinvolto la mia mente (il focus è fondamentale in certe asana, posizioni, specialmente quelle di equilibrio).

Adesso non passa giorno che non dedichi almeno mezz’ora allo yoga. Non solo perchè mi sento fisicamente più in forma e ho perso peso (associato a uno stile alimentare meno grasso, ovviamente), ma soprattutto perchè è una disciplina che mi serve a concentrare la mia consapevolezza su ciò che è veramente importante: l’attimo presente.

Fin da ragazzina mi è stata spiegata la potenza del vivere consapevolmente l’adesso, non con l’accezione del “vivi adesso e domani chissà”, ma con l’idea che tutto ciò che vorremmo fare in futuro, da “grandi”, che tutti i progetti partono dalla decisione che posso prendere solo ora. Che in quella relazione posso amare quella persona solo ora. Che il momento giusto per celebrare un’amicizia è solo ora. Che se voglio raggiungere i risultati professionali prefissati posso impegnarmi solo ora. Quello che è stato non lo posso modificare, e quello che verrà non è ancora in mano mia.

Quando eravamo ancora fidanzati, mio marito una volta mi comprò dei fiori e una buona bottiglia di vino e io gli chiesi: “Che cosa festeggiamo?” e lui mi disse: “Siamo qui insieme, abbiamo bisogno di altri motivi per festeggiare?”. Per lui, aspettare “l’occasione speciale” per fare un viaggio, aprire un vino costoso che ci hanno regalato, inaugurare un abito nuovo, è solo un modo diverso per dire che oggi non è abbastanza, che si è insoddisfatti.

Invece, come anche la pratica dello yoga insegna, noi ora siamo esattamente dove dovremmo essere.

Non importa se non sono ancora in grado di fare le posizioni più complesse, se la mia flessibilità non è la stessa dell’insegnante, se cado mentre sono in equilibrio su una gamba sola: il mio corpo mi sta parlando, mi sta dicendo cosa devo fare per migliorare, mi dice che ho dei limiti che l’allenamento e la pazienza possono spostare un po’ più in là.

È potentissimo se ci pensate: in un attimo si elimina l’invidia, la competitività esasperata che spesso ci viene proposta nello sport, nel lavoro, nella vita come mentalità da vincente: i famosi “challenge” che ci perseguitano. In 10 giorni sarai in grado di correre 20 km, devi diventare dirigente entro i 35 anni, perdere “7 kg in 7 giorni”… tutti obiettivi che non sono sbagliati di per sè, ma non tengono conto che le persone sono tutte diverse e che i percorsi personali sono anche fatti di battute d’arresto, di rallentamenti, accelerazioni e salti, e che ognuno di questi porterà ciascuno al suo traguardo, se sa viverli con consapevolezza e accettazione. Questa perenne gara in cui sembriamo tutti proiettati non fa altro che chiuderci nei confronti dell’altro per poter essere noi i vincenti, quelli che ce l’hanno fatta, altrimenti saremo solo i “secondi”, quelli di cui nessuno si ricorda, quelli che guardano amaramente le belle vite degli altri. Perchè quando non sei al top non hai bisogno di vedere dove sono gli altri.

Solo credendo che io ho in me i talenti che mi servono per adempiere la mia vita, posso stare nel mio presente senza ansie. Perchè l’adesso è l’apice della realizzazione: ciò che è stato mi ha portato qui e ciò che sarà è ancora in potenziale, ma hic et nunc la mia vita si realizza.  Questa consapevolezza non può far altro che suscitare una spinta a continuare, a perseverare nel mio cammino, in connessione con altre persone che stanno facendo lo stesso e che possono imparare da noi, aiutarci, supportarci, guidarci.

Per concludere questo pensiero di oggi, vi lascio un’altra frase che mi dice sempre mio marito ad ogni anniversario: “Da quando sto con te non mi importa più del tempo che passa, perché sono felice qui e ora.”

Dell’empatia

Ho ascoltato almeno 3 volte il discorso che Michelle Obama ha fatto durante la convention democratica americana. Mi ha profondamente colpito che le parole riportate e sottolineate dalla stampa fossero quelle riguardanti l’inadeguatezza dell’attuale presidente, che in 18 minuti occupano sì e no 2 minuti. Il suo discorso è centrato in gran parte sulle doti che lei vede essere le migliori per un leader: non la forza, non la capacità di vincere, non l’abilità di destreggiarsi di fronte a un grande pubblico con discorsi trascinanti.

No, le parole che ha usato sono cortesia e decoro morale (decency), onore (honor), empatia (empathy).

Su quest’ultima in particolare ha dedicato un lungo passaggio, in quanto l’empatia non è una capacità individuale ma viene presentata come un valore per la società. L’empatia non è qualcosa con cui semplicemente si nasce, ma può essere instillata dalla cultura e quindi insegnata.

Per me è stato così.

“Empathy”, secondo il CliftonStrengths Assessment di Gallup, è il secondo Talento che ho più sviluppato, e di questo devo ringraziare mia madre.

Uno dei primi ricordi che ho in merito risalgono a quando avevo più o meno dieci anni. Erano i primi anni ’90, c’erano le “Pubblicità Progresso” che iniziavano a parlare di una malattia, l’AIDS, che sembrava diffondersi dappertutto. Usciva al cinema Philadelphia, film capolavoro con un fantastico Tom Hanks, e a noi bambini gli adulti raccomandavano sempre di fare attenzione alle siringhe nel parco. Drogati e malati di HIV facevano paura. Eppure, in quel periodo – non ricordo neanche bene in che modo – mia madre decise di fare un passo verso quelle persone. Conobbe così due famiglie con bambini che stavano facendo un percorso di riabilitazione in una comunità per ex-tossicodipendenti. In una delle due famiglie, non solo i genitori erano sieropositivi ma anche uno dei bambini, che non si era negativizzato alla nascita come gli altri. Avevano un passato difficile, e anche un presente complicato, fatto di violenze, degrado, ma soprattutto solitudine. A casa nostra si sentivano semplicemente “persone”. Io giocavo con i bambini, un po’ più piccoli di me, con semplicità, si festeggiavano i compleanni, si rideva e si piangeva. A 11 anni ricordo che coinvolsi due mie compagne di scuola di prima media in una piccola raccolta fondi (risparmiammo per mesi sulle nostre paghette) per comprare dei giocattoli da regalare a Natale ai bambini. Fu una festa bellissima.

Poi ci fu la volta in cui conoscemmo Aldo (nome di fantasia), un ragazzo omosessuale. Dovete sapere che quando mia madre studiò medicina, l’omosessualità era ancora considerata una patologia, attestata dalla stessa OMS. Conoscere Aldo le fece capire – più a lei che a me, io non sapevo neanche perchè i gay fossero discriminati – che di nuovo, al di là di tutto, aveva a che fare con una persona. Aldo amava cantare, faceva parte di un coro, e abbiamo passato un sacco di pomeriggi con gli spartiti in mano a provare, sorridendo della nota incapacità di mia madre di prendere una nota esatta.

La nostra era la più piccola famiglia del mondo, formata da noi due, eppure diventava più grande mano a mano che si apriva al mondo. Tante persone che mia madre incontrava sul lavoro, in parrocchia, in giro, a un certo punto si sentivano attratte da questa mini famiglia e per un po’ vi entravano, così come poi semplicemente se ne allontanavano.

Uno dei momenti più complessi fu l’incontro con le donne che volevano abortire. Mia madre come medico aveva fatto obiezione di coscienza, perchè non voleva partecipare in alcun modo agli aborti. Poi però decise di fare le visite preoperatorie, non con l’intento di far cambiare idea alle donne, ma per ascoltare, per capire.

Fu così che Marta (altro nome di fantasia) entrò nella nostra orbita. Ragazza giovane, bella, innamorata di un uomo sposato che “stava per lasciare sua moglie da un momento all’altro”, ma che, come purtoppo accade, non lo fece mai, nemmeno dopo che lei ebbe abortito. Marta entrò in una grandissima depressione – patologica, intendo – e tentò persino il suicidio. Cercammo di starle vicino, mia madre la indirizzò da uno specialista, ci volle tempo, pazienza e fatica, ma poi ce la fece ad andare avanti.

Mia madre cerca sempre di guardare in faccia i suoi limiti, i suoi pregiudizi, e di andare oltre. Mi ripete fin da quando ero bambina: “Ogni persona merita di essere accolta, non perchè se lo è guadagnato, ma perchè è un fratello”.

Io nel frattempo crescevo, diventavo adolescente, e a mia volta iniziavo ad aprirmi agli altri, nella vicinanza alle amiche, nel mettermi a disposizione di compagni di scuola che avevano bisogno per lo studio, facendo volontariato, semplicemente fermandomi a chiacchierare per conoscere le persone che chiedevano le elemosina per strada.

Poi, senza nemmeno che me ne accorgessi, non ero più solo io a fare un passo verso gli altri, ma mi capitava – e ancora oggi – che le persone volessero entrare in contatto con me. Volessero parlarmi. Vedessero in me qualcuno che li potesse semplicemente ascoltare. Così in fila alla cassa del supermercato, in autobus, in ascensore, ho ascoltato di problemi di salute, di preoccupazioni per il lavoro, di solitudine, di decisioni da prendere… e il mio contributo è stato solo un accogliente silenzio. Perchè mi sono resa conto che non posso aiutare tutti, ma sicuramente posso far sì che ogni persona si senta di valere la mia attenzione e il mio tempo, o almeno ci provo.

Ripercorrendo questa piccola storia personale mi rendo conto di come la Obama abbia ragione: l’empatia è un valore per tutta la società, perché ci rende capaci non di vedere le persone come “gli altri”, ma di farci noi stessi prossimi a loro.

Scommetto su di te

Dare fiducia e ispirare fiducia… due facce della stessa moneta, per rimanere nella metafora della scommessa. Che cos’è la fiducia?

La fiducia è l’aspettativa di un comportamento positivo che noi riponiamo, in condizioni di incertezza, in un altro. Dato che nelle relazioni umane non c’è mai una certezza in merito al comportamento dell’altro – che può sempre operare una scelta diversa – la fiducia diventa l’unica base su cui costruire.

Il detto che dice “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” parte invece dal presupposto che ciò che è al di fuori di noi è ostile, o per lo meno ha delle minacce potenziali, dalle quali noi dobbiamo sempre difenderci: quindi erigiamo barriere emotive, cerchiamo di non svelare tutto ciò che siamo o sappiamo e anche se a parole ci diciamo aperti e disponibili verso l’altro, il nostro radar interiore è sempre alla ricerca del possibile inganno o doppio fine (la famosa “hidden agenda”). Il risultato? Sicuramente ci sentiamo più sicuri, chiusi nella nostra fortezza, ma dimentichiamo una cosa: smettiamo di ispirare fiducia. Per fidarci degli altri abbiamo bisogno di tre elementi:

  • autenticità
  • empatia
  • competenza

Se io cerco di nascondere chi sono veramente (per paura del giudizio, ad esempio), la mia autenticità ne risente e compiere passi falsi – dire una cosa e farne un’altra – è pressoché inevitabile. Come inevitabile sarà la caduta di immagine agli occhi di chi dovrebbe avere fiducia in me.

Ma se anche fossi autentico e non sapessi includere l’altro come un pari nella relazione, quest’ultimo potrebbe sentirsi subordinato, controllato, manipolato… che ovviamente non piace a nessuno. Per questo la mancanza di empatia non aiuta ad alzare il punteggio della fiducia.

Terzo: la competenza. Questo forse è l’aspetto che viene in mente prima degli altri due quando si pensa alla fiducia: come posso fidarmi di te se non riconosco che tu sai fare o ti impegni a fare qualcosa che è l’oggetto della nostra relazione? Però se io parto dal “fidarmi è bene, non fidarmi è meglio” per quale assurdo motivo dovrei metterti a parte della mia competenza? Come potrei condividere con te le mie conoscenze? Logico. Ma come potrei sperare che l’altro faccia lo stesso, se il principio ispiratore del suo agire è lo stesso?

Si giungerà così al paradosso in cui l’assioma della razionalità della teoria dei giochi fallisce: la soluzione razionalmente più sicura non è la migliore.

Vi ricordate il dilemma del prigioniero, no? Due ladri vengono catturati e tenuti in celle separate senza possibilità di comunicare; a ciascuno viene offerto un accordo:

  1. se solo uno dei due collabora accusando l’altro, chi ha collaborato evita la pena; l’altro viene però condannato a 7 anni di carcere.
  2. se tutti e due collaborano e accusano l’altro, vengono entrambi condannati a 6 anni.
  3. se nessuno dei due collabora, entrambi vengono condannati a 1 anno, perché comunque già colpevoli di porto abusivo di armi.

Ciò che la teoria ci insegna è che la scelta in cui si rischia meno è la seconda, perché negli altri due casi il rischio è che l’altro collabori con la polizia, vista l’opportunità di sfuggire completamente al carcere. Ciò implica che entrambi i prigionieri per stare più sicuri si accontenteranno di uno sconto di un anno della pena.

Se entrambi si fidassero dell’altro e non confessassero, però, lo sconto della pena sarebbe 6 volte tanto!

Considerato che la maggior parte di voi lettori in questo momento non sta rischiando il carcere (suppongo!) vi suggerisco di rischiare e puntare sulla fiducia, quando si tratta delle relazioni umane. I vantaggi sono molteplici: pensate ora, in questa famigerata “FASE 2”, quanto diventa importante potersi fidare che gli altri rispettino le norme igieniche e di distanziamento per poter tornare al ristorante, al mare, anche solo a fare una passeggiata in centro. Ovvio che ci si può accontentare di stare al sicuro in casa, ma ci basta?

E pensiamo sul lavoro: in un clima di fiducia verso il proprio capo, il management dell’azienda, nonostante l’incertezza che domina questo periodo e le difficoltà, potremo continuare ad andare avanti e a costruire un domani nuovo… altrimenti, se la fiducia manca, in che modo potremo dar loro credito nell’esplorazione di strade non ancora battute? Verso dove e come ci muoveremmo?

Anche se la fiducia è binaria (ti dò fiducia/non ti dò fiducia), il consolidamento della stessa è un processo che evolve col tempo.

Il primo stadio è la fiducia basata sul calcolo costi/benefici. Pensate se, prima di salire su un aereo, dovessimo controllare lo stato di servizio, la salute, le competenze del pilota. In questa come in altre situazioni la fiducia è basata sul fatto che mi costa meno fidarmi che cercare di capire se posso fidarmi.

Il secondo stadio è la fiducia basata sul rispetto. La reputazione, la competenza, l’autorevolezza di certe persone ci fanno propendere a fidarci di più o di meno di loro. Pensiamo alla politica: spesso quando ci troviamo a votare i nostri rappresentanti, diamo un voto alle loro idee, proposte, a quanto pensiamo che possa fare per noi, per il nostro comune, regione o Paese. Non è che abbiamo la fortuna di conoscerli tutti approfonditamente e di persona, quindi diamo loro un credito (il voto) sulla base del rispetto che nutriamo verso ciò che dicono e hanno dimostrato nel tempo… (anche se numerosi studi su questo tema hanno evidenziato che la maggior parte dei voti sono dati di “pancia”, sulla base dell’onda emotiva. Ma cerchiamo di far finta che invece ci documentiamo e facciamo scelte ponderate).

Terzo e ultimo stadio: la fiducia piena, quella che mi fa dire: va tu al mio posto, so che porterai i risultati che porterei io (o anche migliori); quella che contestualizza l’errore e non lo considera tale da mandare all’aria la relazione – seppure con dei limiti; quella che genera innovazione e creatività, perché non mi aspetto che l’altro segua le mie orme ma faccia un percorso che comunque non lo porterà mai a farmi del male.

Per concludere con le parole di Ernest Hemingway:

“Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno è dargli fiducia” 

L’abit(udine) non fa il monaco

Dopo il post dell’altro giorno, in cui ho citato l’etimologia della parola “grazie”, mi sono incuriosita a proposito dell’origine di altre parole. E sono “inciampata” in questa: abitudine.

Secondo l’enciclopedia Treccani, il termine è dal latino habitudo (da habitus, “qualità, caratteristica, aspetto”, a sua volta derivato da habere, “avere, possedere”). Quindi la parola abitudine in italiano significa sia il possesso di una caratteristica stabile, di un’attitudine naturale o acquisita per qualcosa, sia la consuetudine a essere e agire in un certo modo. Nel parlare comune, tuttavia, questa parola viene più spesso impiegata in riferimento a un’azione o a una serie di azioni (ho l’abitudine del fumo, ho l’abitudine di andare a correre ogni mattina) piuttosto che a una caratteristica stabile (quante volte avete parlato con un’amica dell’abitudine del corpo per riferivi alla postura? Personalmente, mai!).

Le abitudini nascono dalla ripetizione di un comportamento, ripetizione che si attua a seguito di un incentivo, sia esso negativo o positivo. Chiaro esempio di questo è stata l’introduzione dell’obbligo della cintura di sicurezza in auto: se prima ogni volta dovevamo ricordarci di farlo, ci sembrava scomodo, avremmo preferito evitare, adesso se saliamo in macchina e non allacciamo la cintura sembra che ci manchi qualcosa e ci sentiamo quasi a disagio. Questa è un’abitudine che non nasce da una ricompensa (se non il pensiero, che sembra sempre lontano da noi, che in caso di incidente avremmo molte più probabilità di salvarci la vita) ma piuttosto da un incentivo negativo (la multa e la decurtazione dei punti dalla patente). Molte altre volte invece le abitudini nascono da incentivi positivi, ovvero dal senso di soddisfazione personale che traggo dall’azione (come la carica di energia e benessere che mi dà l’allenamento fisico quotidiano).

Ma perchè scrivere delle abitudini? Perchè le abitudini rafforzano i collegamenti neuronali legati all’azione stessa, permettendo di creare delle automazioni (non devo ogni volta pensare a come impugnare la matita per scrivere) e quindi di apprendere.

Questo è il punto: non demonizziamo per forza tutte le abitudini. Quante volte la parola “abitudinario” è pronunciata con un’accezione negativa? Abitudine è parlare e pensare in un’altra lingua come fosse quella madre, abitudine è correre 10 km ogni giorno senza farsi venire i crampi, abitudine è andare in bicletta senza perdere l’equilibrio mentre si presta attenzione al traffico.

Quand’è che allora le abitudini dventano “cattive”?

Quando gli automatismi del nostro cervello ci portano a compiere comportamenti inefficaci sul piano del compito o della relazione: potrebbe essere che al momento dell’apprendimento quell’azione fosse efficace rispetto al contesto e agli obiettivi, ma col mutare delle situazioni non lo sia più; potrebbe anche essere invece che l’azione appresa sia stata dettata dalla paura e che quindi l’abitudine abbia rafforzato un comportamento di difesa e diffidenza.

Faccio un esempio che mi riporta a quando lavoravo in azienda.

In un team entra una persona nuova, fresca fresca di laurea. Il suo manager, per aiutare il nuovo arrivato ad essere operativo, pianificherà molti incontri di allineamento sulle attività, in modo da capire come la persona stia andando e se abbia bisogno di un aiuto. Col tempo, però, il manager prende questa frequenza di incontri come una modalità operativa automatica, anche se oramai il suo collaboratore non è più “il nuovo arrivato” e inizia a sentirsi soffocato da questa prassi – che probabilmente interpreta come attività di controllo. Quindi inizierà a percepire (forse in maniera non del tutto conscia) il comportamento del suo manager come di uno che non si fida di lui e delle sue possibilità e inizierà a partecipare agli incontri one-to-one stando sempre sulla difensiva, in modo da “proteggersi le spalle”: attenersi a quanto richiesto, non uscire dal seminato.

Il risultato di queste abitudini? Relazione difficoltosa, conflitto, incapacità di condivisione di idee da parte del collaboratore e ulteriore stretta nel controllo da parte del manager, che vede quel membro del team come uno che “era partito bene, sembrava avesse del potenziale, ma guardalo adesso… fa sempre solo quello che gli dico, non si prende mai una responsabilità in più, non si butta in progetti nuovi… che peccato”.

Allora siamo condannati dalle nostre abitudini? Da un lato sono un segnale che abbiamo interiorizzato una competenza, dall’altro ci portano a degli automatismi che ci rendono poco efficaci… che fare?

E qui entra in gioco la consapevolezza. Come coach, mi accorgo spesso che tutti noi in maniera involontaria o volontaria (in quest’ultimo caso, perché ci siamo creati una comfort zone dalla quale non vogliamo uscire) abbassiamo il nostro livello di consapevolezza dato che questo ci fa rallentare. Ci rende meno efficienti. Prendere coscienza di ciò che stiamo facendo mentre lo stiamo facendo non è così banale come sembra, soprattutto se non ne vediamo immediatamente gli effetti negativi.

Eppure è lì la chiave: essere presenti a sé stessi e agli altri per poter agire quella libertà magnifica che abbiamo noi esseri umani – la libertà di scelta. Ecco che allora potremo interrompere l’automatismo, potremo provare strade nuove, potremo apprendere abitudini più efficaci (almeno fino al prossimo cambiamento).

L’abitudine ci guida, ma non ci definisce. Come l’abito per il famoso monaco.

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La cura del “Grazie”

Esattamente 5 anni fa, il 13 maggio 2015, Papa Francesco ha fatto un discorso di cui mi ha colpito questo passaggio: “Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe di qui”.

Perché è così importante la gratitudine?

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Mi sono incuriosita e sono andata a vedere se ci sono delle ricerche in merito al potere della gratitudine. Innanzitutto, per capire meglio l’argomento, sono andata a vedere l’etimologia della parola “grazie” (come dico sempre a mio figlio, le parole sono più “pesanti” di quello che sembrano e non possiamo usarle con “leggerezza”…).

Grazie è il plurale latino di gratia, che secondo il dizionario Petrocchi significa “la maniera naturale che rende piacevoli gli atti, il parlare, le forme”. In altri dizionari si trovano definizioni simili, quindi prima di tutto c’è un richiamo alla piacevolezza. Ma non basta: l’espressione “Grazie!” è ellittica, perché omettiamo il verbo “rendere”. Quindi ogni volta che pronunciamo la parola “grazie”a qualcuno in realtà diciamo “ti rendo grazie”, cioè gli restituiamo le nostre espressioni di piacere per riconoscergli una gentilezza. Dal latino grazia deriva anche la parola “gratis”, che vuol dire senza costo, senza debito. Per riassumere fino a qui: piacevolezza, riconoscenza e senza costo sono significati legati al grazie.

Se però vogliamo approfondire ancora, i latini usarono la parola grazia per tradurre il greco charis che significa “avvenenza, favore, dono, ricompensa, benevolenza”; da “charis” attinsero anche per le parole “carus”, cioè che suscita sentimenti di affetto, e “caritas”, amore.

Che parola ricca di sgnificati! E noi che ce la dimentichiamo così spesso…

Come sempre, le parole non solo comunicano una realtà, ma prima ancora la definiscono e la rendono conoscibile. Lo si può evincere dagli studi del dottor Robert Emmons, psicologo da molti definito il guru della gratitudine a livello internazionale. Il dottor Emmons ha dedicato tutta la sua vita accademica e professionale allo studio degli effetti sulla persona e sulla società della gratitudine, andando oltre a chi la considera un mero gesto di buona educazione.

Gli effetti principali riscontrati agiscono su tre fattori:

  • psicologico individuale
  • sociale
  • benessere fisico

Educare alla gratitudine vuol dire innanzitutto prendere consapevolezza del bene che permea la nostra vita. Questo non vuol dire avere un atteggiamento naif che ignora le difficoltà, il dolore, i problemi, ma al contrario, vedere che c’è di più di ciò che ci schiaccia e ci appesantisce. C’è qualcosa che ci dà la possibilità di evolvere, di elevarci, di crescere, di superare le difficoltà e che si può presentare in tante forme: nell’aiuto offerto da qualcuno, nella conoscenza, perfino negli sbagli. Imparare ad essere grati di quel che abbiamo vuol dire che ne abbiamo coscienza, e maggiore è la consapevolezza maggiore è la nostra capacità di trarne beneficio. Quindi sul piano individuale la gratitudine ci aiuta a vivere consapevolmente il presente, a riconoscere le nostre capacità, i nostri talenti e a valorizzarli per costruirne nuovi, per lasciare un’impronta nel presente in cui viviamo. Per questo Bergoglio associa alla gratitudine il senso di dignità umana e individuale di ciascuno.

Educare alla gratitudine vuol dire anche riconoscere che il bene nella nostra vita è anche al di fuori di noi, e che ci può arrivare in maniera inaspettata e senza chiedere nulla in cambio, come la carità. Per cui la gratitudine blocca le cosiddette “emozioni tossiche” che possono corrompere la nostra felicità, come l’invidia e il risentimento. Come si può essere allo stesso tempo grati di ciò che si ha ed invidiosi di quel che ha qualcun altro? La gratitudine non solo quindi respinge le emozioni tossiche, ma apre e predispone verso quelle più positive, come la gentilezza, la cura, il rispetto, l’attenzione verso l’altro, che può farsi portatore del bene nella nostra esistenza. Ecco perchè si può legare la gratitudine alla giustizia sociale.

Ma non solo! Secondo uno studio pubblicato nel 2012 sul Personality and Individual Differences la gratitudine ha un impatto sulla nostra salute, e le persone sottoposte a vari esercizi di allenamento alla gratitudine mostravano un sistema immunitario più forte, meno dolori di vario genere (mal di testa, mal di schiena ecc), pressione sanguigna più bassa. Questo perchè il sentirsi grati di ciò che si ha spinge ad avere maggiore cura (“carus” di prima) di se stessi, che si traduce quindi in un maggiore benessere fisico e mentale.

Stasera, prima di addormentarti, prova a fare una lista delle cose di cui sei grato e delle persone a cui dire grazie.

Un primo passo per migliorare la tua vita.

Se volete approfondire, ecco un breve discorso dello stesso Emmons:

Mettersi all’opera o raggiungere il risultato?

Molti di voi, leggendo questo titolo, si saranno chiesti perchè ho usato la congiunzione “o”.

Forse avrebbe più senso usare “e”, o la preposizione “per”, giusto?

In teoria, concordo. In pratica, mi rendo conto che tante volte queste due azioni sono in contrasto: vi è mai capitato di lavorare tanto su un progetto, metterci impegno, energia, tempo… per poi ritrovarvi in un punto molto lontano dall’obiettivo del progetto stesso. Non sto parlando solo dell’ambito professionale, ma anche di obiettivi personali, come ad esempio scrivere un romanzo, perdere alcuni chili di troppo, allenarsi per una maratona…

Come mai?

Sulla base della mia esperienza questo accade per due motivi:

  1. Diamo poco spazio al pensiero, preferendo passare subito all’azione;
  2. Seguiamo consigli, percorsi, metodi che probabilmente sono stati validi per altri prima di noi, ma non vanno bene per noi.

Riguardo il primo punto, mi viene subito in mente l’ambito professionale. Tante volte mi è capitato di imbarcarmi in progetti senza che ci fosse stato il dovuto tempo per pianificare, analizzare, insomma “pensare”… Una volta, un docente a un corso di Time Management ci disse: “ma voi lo sapete che la vostra azienda vi paga per pensare?”; sul momento ci venne da ridere, gli rispondemmo cose del tipo “ci pagano per portare risultati” oppure “non siamo mica all’università” e via dicendo.

Oggi, però mi rendo conto che sempre più le aziende hanno bisogno di teste pensanti, che sappiano guardare con occhio critico a ciò che stanno facendo, siano essi lavoratori in produzione o in ufficio, e sappiano prendersene la responsabilità. Credo fermamente che la “accountability” sia una delle sfide del nostro tempo (lo scrivo in inglese perchè in italiano non c’è una parola a parte “responsabilità” che possa descrivere la responsabilità di ciò che si pensa, produce, fa). Per creare accountability c’è bisogno di prendersi tempo per pensare, analizzare.

Anni fa, in un’azienda di produzione, iniziarono a coinvolgere tutte le persone di produzione per creare una cultura nuova della sicurezza, visto che l’incidenza degli infortuni (anche se non gravi) stava aumentando. Quello che emrse in maniera chiara non era che mancassero le protezioni, le norme di comportamento, i dispositivi di protezione individuale, ma mancava l’attenzione delle persone verso quei comportamenti “leciti” che tuttavia potevano rappresentare un pericolo per la salute e la sicurezza degli altri. Esempio banale: il modo di impilare gli scatoloni di prodotto. Non c’entrava direttamente con la sicurezza, ma farlo in modo diverso poteva aiutare ad evitarne il rovesciamento in caso di urto o che qualcuno ci inciampasse sopra, quando le pile erano basse. Il tasso di infortuni si abbassò drasticamente e le persone si sentirono tutte ugualmente responsabili della sicurezza sul lavoro: non era più solo un affare del Responsabile Servizio Prevenzione e Protezione dell’azienda.

Vi faccio un altro esempio, più quotidiano: la spesa settimanale. In questo periodo di quarantena, per cercare di uscire il meno possibile, in famiglia abbiamo rafforzato l’abitudine di andare a fare la spesa solo una volta a settimana, a volte anche una volta ogni 10 giorni. Già prima, per ragioni di tempo, lo facevamo, ma poi capitava che rientrando dall’ufficio si passase a prendere “al volo” un po’ di pane, della frutta, un cartone di latte… Ora, si può procedere con un minimo di preparazione (esco e vado, magari se riesco prendo i sacchetti che ho già a casa), con il rischio poi di arrivare a casa e rendersi conto puntualmente che ci siamo scordati qualcosa. Allora la seconda volta ci facciamo una lista della spesa guardando ciò che ci manca in casa o sta per finire, e soddisfatti arriviamo a tre giorni dopo con nel frigo degli ingredienti che non sappiamo come mettere insieme per una ricetta soddisfacente (della serie: come combino un porro, una scatola di mais e della farina?). “Pensare” alla spesa per me vuol dire questo: quali sono i miei obiettivi? 1) andare a fare la spesa il meno possibile; 2) cucinare pasti decenti per tutta la famiglia; 3) evitare gli sprechi alimentari.

La soluzione che ho trovato è fare la lista della spesa avendo già un menù settimanale; quello che invece riguarda la cura della persona e della casa viene riacquistato quando inizio l’ultima confezione disposnibile in casa. È vero, richiede tempo prima – che sughi preparare, quando fare un piatto e quando un altro, i gusti di tutti i membri della famiglia… – ma poi rende l’esecuzione molto più semplice dopo. Inoltre fare questo per me è anche un atto di “accountability” verso gli altri e verso il pianeta, cercando di rispettare il più possibile le norme anti-contagio e di ridurre gli sprechi alimentari.

Il senso doi responsabilità indirizza il mio agire, per cui riesco a trovare il tempo e il modo di preparare attentamente tutto ciò che servirà per l’esecuzione della spesa settimanale.

Pensate alla potenza di riuscire a fare questo in ogni ambito della vita! Come ha scritto Simon Sinek nel suo celeberrimo libro “Start with Why”, parti dal perchè fai le cose: da lì ne deriverà accountability, pensiero, motivazione… e l’esecuzione sarà molto più efficace.

Secondo fattore che può impedirci di arrivare al risultato: seguire modelli senza farli propri. Non dico che ogni giorno dobbiamo reinventare la ruota, ma spesso cerchiamo di attenerci a istruzioni, processi, modelli, consigli senza davvero ragionare sul come NOI possiamo metterli in atto, sulle nostre capacità, competenze, talenti. Il focus a quel punto diventa l’azione, più che il risultato, trovandoci quindi alla fine a non averlo raggiunto o a non sentirci completamente soddisfatti di ciò che abbiamo compiuto.

Un esempio lampante sono i vari processi di “Performance Management” che io come HR facilitavo (o costruivo). Anche il processo meglio strutturato, con il software più all’avanguardia, con le policy più innovative, lasciava un senso di pesantezza e di inutilità nel manager e nel collaboratore se il tutto si riduceva a tirare una riga nella “to do list” del manager. Altra cosa quando il manager usava quell’occasione per rafforzare con un feedback strutturato la sua relazione con il collaboratore.

Lo stesso vale quando (finalmente) ci iscriviamo in palestra e usiamo tutti gli attrezzi disponibili senza indirizzare i nostri sforzi verso l’obiettivo che vogliamo raggiungere…e gli esempi potrebbero essere molteplici.

Questo è stato il motivo principale che mi ha spinto a studiare per aiutare le persone attraverso il coaching, perchè è un modo di arrivare al risultato che si basa su tre pilastri: consapevolezza (pensiero), accountability e azione individuale.

Anche se quel che si vede e si tocca è il risultato dell’azione, non consideriamo il “pensare” come un ornamento, un inglese “nice to have”.

E per dirla con le parole di Albert Einstein:

“I problemi significativi che affrontiamo non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero con cui li abbiamo generati. Ci si deve elevare al livello successivo.”

Ricordando “Gattaca”

Riflessioni genitoriali


La prima volta che vidi il film “Gattaca” ero al liceo. Ricordo che mi colpì particolarmente non solo per la bellezza dei protagonisti (che comunque era stato il motivo principale per cui l’avevo guardato) ma soprattutto per il tema – poi ripreso in altri film – della manipolazione genetica.

In pratica, in questo futuro non tanto prossimo, i genitori concepiscono i figli unicamente in laboratorio, selezionando i loro geni in modo che la progenie non solo sia sana e robusta, ma risponda anche al gusto dei genitori in fatto di colore degli occhi, dei capelli, di altezza… Coloro che invece vengono concepiti naturalmente, potendo essere soggetti a difetti (anche banalmente una miopia), sono catalogati come “non validi” e relegati a una classe sociale inferiore.

È giusto? È sbagliato? Perchè alcune coppie decidevano comunque di concepire i figli naturalmente?

Non voglio oggi entrare nel tema etico della manipolazione genetica, ma fare una riflessione su questo film dalla prospettiva di genitore quale sono.

Quello che sperimento vedendo i miei figli crescere è insieme speranza e timore: speranza, per il loro futuro, tutto quello che potranno fare, per il lavoro che potranno avere, per la loro realizzazione personale e il loro impatto sulla società; timore, esattamente per le stesse cose. Credo che sia un contrasto emotivo che almeno una volta hanno vissuto tutti i genitori.

Nel film si parla esattamente di questo: perchè non fare di tutto affinchè sia la speranza a vincere sul timore? Affinchè le probabilità di successo non siano il più vicine possibile al 100%?

Il punto sta proprio in quel dato: nessuno può garantire un successo al 100%. Nel film, il protagonista “non valido” incontra un “valido” che però, avendo subito un grave incidente, è paraplegico e quindi non può realizzare le sue aspirazioni di diventare un astronauta.

Come scelta personale e di coppia, non abbiamo fatto test prenatali ai nostri figli. Li avrei accettati comunque, anche malati o con difetti genetici. La mia difficoltà, però, sta nell’accettarli comunque per le scelte che – anche se ancora bambini – fanno. Perchè non sono gentili l’uno verso l’altra? Perchè mi dicono bugie? Perchè non fanno qualcosa di costruttivo invece di fare i “coach potato*”?

(*espressione che mi piace un sacco: patata da divano, ottima metafora)

Credo che la risposta sia che le scelte dei figli mi sembrino “controllabili”, a differenza del loro corredo genetico. In quanto variabili controllabili, dovrebbero andare secondo l’educazione, i modelli e l’esempio forniti. E quando non è così, la speranza lascia spazio alla paura.

La paura è potente. La paura ha fatto sì che il cervello dell’uomo evolvesse. La paura fa rilasciare l’adrenalina, ormone che ci aiuta a compiere sforzi fisici enormi, sopportare il dolore, acuire tutti i sensi. La paura però porta anche a metterci sulla difensiva, a innalzare muri relazionali, a non fidarci, a voler ridurre tutto e tutti sotto il nostro controllo.

In questo momento di quarantena – ormai è più di un mese che i bambini non escono dalle 4 mura di casa, molto di più che non vanno a scuola o fanno sport – la loro capacità di gestire le emozioni, la fatica, la solitudine, l’attenzione nel fare i compiti è messa a dura prova e quindi sono più facilmente irritabili, emotivi, arrabbiati.

Non posso guardare la loro indolenza con il filtro della paura. Non sarà un compito fatto male oggi a pregiudicare la loro capacità di imparare in futuro; non sarà lo scatto d’ira ad aprire le porte a un futuro di delinquenza.

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Quello che maggiormente li può aiutare è che io li guardi attraverso le lenti della speranza e della fiducia.

Solo così le regole, l’educazione, la conoscenza non saranno per loro cose da cui difendersi, ma strumenti che li aiuteranno ad affrontare la vita, consci che i loro genitori li supportano.

Si sentiranno accettati, sia per il loro corredo genetico che per le loro scelte.