La torta e il ciambellone

Photo by Isabella Mendes on Pexels.com

Faccio una premessa: io adoro cucinare, ma i dolci non sono il mio forte.

In questi giorni, per proporre una merenda diversa ai miei figli, ho pensato di mettermi a fare un bel ciambellone allo yoghurt. Una cosa semplice, bella anche da vedere, con il suo bel buco in mezzo.

Mentre leggevo la ricetta, mi si è accesa una lampadina: ma non è la stessa ricetta della torta allo yoghurt? Allora ho cercato la ricetta della torta e ho visto che – e qui chiedo scusa ai pasticceri che stanno leggendo – non c’era poi una gran differenza negli ingredienti e nel procedimento. Ma le forme sono diverse e il nome, le parole che usiamo, sono diversi.

Come spesso mi accade, questo banale episodio mi ha fatto riflettere più in profondità su come le parole possano modellare la realtà, che a sua volta influenza i nostri comportamenti. Quante volte, soprattutto in questi momenti difficili, di cambiamento, descriviamo ciò che succede in maniera negativa e di conseguenza ci mettiamo sulla difensiva? O al contrario, quando descriviamo una situazione in maniera positiva ci sentiamo capaci di gestirne o affrontarne anche gli aspetti negativi?

Le parole sono potenti. Le parole che nella nostra mente formano un pensiero sono la prima cornice con cui interpretiamo la realtà.

Quando nella formazione o nel coaching parlo con le persone che vogliono migliorare la propria efficacia personale o le performance lavorative, queste iniziano a parlare di cosa fanno e di quanto il loro comportamento sia in funzione del contesto in cui si trovano. Il mio lavoro sta nell’aiutarle a guardare ancora oltre: a come il contesto (che pure è formato da persone, culture, modi di fare che non sono sotto il nostro diretto controllo) assuma un significato in base a come loro lo interpretano, ed è quello che influenza il loro comportamento, non un qualcosa che esiste al di fuori di loro.

“Non vediamo le cose come sono; le vediamo come siamo noi”

(Anaïs Nin, scrittrice, 1903-1977).

Ognuno di noi indossa degli occhiali che costruiamo, ripariamo, smontiamo e rifacciamo lungo tutto il corso nella nostra vita. La struttura di base è quella che si forma nella prima parte della nostra vita, in cui si forma il carattere, la personalità, in cui si assorbono dei valori e un modello sociale dalla nostra famiglia, prima, da altre persone significative, poi. Il punto è che non sempre ci rendiamo conto di avere gli occhiali sul naso, perché oramai ci siamo abituati al loro peso e al modo di vedere che essi ci consentono. Non ci chiediamo se vediamo bene, se potremmo vedere meglio, li consideriamo il nostro punto di partenza per guardare al di fuori; dobbiamo invece soffermarci a guardare le lenti con cui guardiamo.

Quello che mi ha affascinato sin dall’inizio della cosiddetta “psicologia positiva”, e che mi ha spinto a voler studiare e certificarmi come Strengths Coach, è quello di analizzare la psicologia umana non partendo da ciò che non funziona, da ciò che si “rompe”, ma chiedendosi: “cosa rende una persona un talento?”. Ogni volta che partiamo a lavorare su noi stessi guardando quello che non sappiamo fare, i nostri limiti, formiamo una cornice interpretativa di noi stessi come “mancanti”, “perdenti”. Se invece partiamo guardando a ciò che sappiamo fare, ai nostri talenti, la cornice diventa quella del “talento”, del “successo”. Se abbiamo successo in qualcosa, se riusciamo a fare in maniera eccellente qualcosa, che risorse stiamo mettendo in campo? Che parole utilizziamo per superare le difficoltà e i problemi in quei contesti? Cosa ci dà fiducia? Rispondendo a queste domande possiamo andare alla radice del nostro talento, trovando quelle risorse che poi possiamo impiegare laddove invece non riusciamo, laddove non sappiamo come fare.

Questo modo di procedere, però, ci mette ad un certo punto di fronte a una parola che la nostra cultura sta cercando di cancellare: limite. Ognuno di noi ne ha e bisogna farci i conti. Non facciamoci ingannare dagli slogan “no limits”, “puoi essere tutto quello che vuoi”… perché ad un certo punto rimarremo delusi, e quella delusione sarà come una porta che sbattendo sulla nostra faccia infrangerà in mille pezzi la cornice interpretativa positiva che tanto ci era costato costruire.

Il limite è quello che canalizza il nostro talento e lo rende più potente laddove lo riusciamo ad esprimere, come gli argini di un fiume che indirizzano la potenza dell’acqua, facendole trovare, scavare, una strada verso il mare.

Il limite più depotenziante che possiamo invece costruire noi stessi è quello che per raggiungere il successo personale o lavorativo (e qui preferirei usare la parola “compiutezza”, in quanto successo ci rimanda in automatico a dei modelli socialmente imposti) dobbiamo essere bravi come o più di qualcun altro. Il paragone è come un masso che va a ostruire completamente il nostro fiume.

Ciascuno di noi è unico, con i suoi talenti e i suoi limiti. Mi viene in mente il dramma delle ragazze (principalmente, ma la cosa coinvolge anche i ragazzi) che dagli anni ’90 del secolo scorso, per essere belle come le modelle o le star, si sono infilate in tunnel di disturbi alimentari che sono diventati una vera e propria piaga sociale; ci sono voluti decenni per poter riaffermare la bellezza del corpo in tutte le sue forme, eliminando la dittatura del canone estetico unico.

Ci lamentiamo tanto oggi della “dittatura sanitaria” ma non ci lamentiamo affatto delle tante dittature che impongono un modello unico di successo e benessere a cui tendere.

Fermiamoci. Un minuto al giorno basta. Ripensiamo alle parole che definiscono le nostre azioni, il nostro contesto, le relazioni con chi abbiamo accanto. Possiamo cambiarle? Quali parole potenziano i nostri talenti unici e quali li affossano?

Ognuno è unico perché unico è il contributo che può portare e di cui ha bisogno il mondo.

Se ci fermiamo alle azioni, al fare, allora è vera la frase “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”. Noi non siamo macchine che funzionano, che vengono al mondo per la loro utilità, ma siamo esseri umani, che vengono al mondo per arricchirlo e lasciare un’impronta che altrimenti nessun altro potrà lasciare.

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