Accogliere il fallimento

Foto di Amine M’Siouri da Pexels

Mancano 4 giorni al fatidico e (magari non per tutti!) atteso inizio dell’anno scolastico, e mio figlio non ha finito di fare i compiti delle vacanze. Non perché fossero particolarmente difficili o perchè non avesse le competenze per completarli, semplicemente perchè ha preferito fare altro durante le vacanze.

Il punto non è sui compiti – sono troppi, sono pochi, non bisogna darli – ma è che mio figlio aveva un obiettivo chiaro e definito che non raggiungerà. Lui lo sa e lo so anche io. Per tutto il periodo di sospensione dell’attività scolastica, da fine febbraio a giugno, ho speso con lui interminabili ore per fargli fare i compiti, fotografare e inviare gli stessi ai docenti, scaricare e stampare file, collegarlo alle videoconferenze, il tutto per aiutarlo a raggiungere il suo traguardo. Ma alla fine, se si riduceva alle otto di sera a finire matematica o se la connessione saltava durante la lezione, la responsabilità era sempre la mia, perchè lui faceeva quello che gli “imponevo” io. Per questo mi sono resa conto che era il momento di lasciarlo andare con le sue gambe in merito ai compiti estivi.

La fatica più grande per un genitore – ma si può traslare il ragionamento anche per un manager, un coach, un mentore – credo che sia lasciare che tuo figlio sbagli. La tentazione in tutta l’estate di dirgli: “Basta! Adesso facciamo i compiti, ti spengo la tv, niente uscite finchè non hai finito!” è stata forte, ma ho resistito. E sto ancora combattendo col fatto che quando lui verrà redarguito a scuola non sarà per colpa mia, il suo fallimento non è il mio fallimento. Un fallimento scolastico – o professionale – non definiscono la persona né chi lo gestiva, è la gestione del dopo che farà la differenza.

Ovviamente non sono dell’idea di buttare mio figlio in mare e vedere se nuota. Il percorso va impostato, le competenze create, i muscoli rafforzati. I valori, l’importanza di certi comportamenti, quelli sì che sono una mia responsabilità educativa e formativa. Ma non posso essere sempre lì ad obbligarlo a condividere i miei valori, a mettere in pratica le mie parole.

Mio figlio imparerà a rispettare i suoi impegni? Quali sono per lui le cose importanti? Cosa imparerà da questa esperienza? Io a quel punto sarò lì, non per rimediare, ma per aiutarlo a rispondere a quelle domande, per assicurargli che se c’è qualcosa che vorrà chiedermi, io sarò lì per rispondergli. Sarò lì quando lui capirà che gli errori nella vita si fanno, e che anche quelli con le conseguenze più gravi di un brutto voto a scuola non si frapporranno mai fra lui e me.

Tante volte per non accettare il fallimento ci sostituiamo agli altri, anche se forse non ne abbiamo le competenze, il tempo, la conoscenza sufficienti, finendo per stressarci e arrabbiarci. “Qui faccio tutto io!” ci diciamo. Ma quanto diamo spazio affinché l’altro faccia la sua parte?

Dell’empatia

Ho ascoltato almeno 3 volte il discorso che Michelle Obama ha fatto durante la convention democratica americana. Mi ha profondamente colpito che le parole riportate e sottolineate dalla stampa fossero quelle riguardanti l’inadeguatezza dell’attuale presidente, che in 18 minuti occupano sì e no 2 minuti. Il suo discorso è centrato in gran parte sulle doti che lei vede essere le migliori per un leader: non la forza, non la capacità di vincere, non l’abilità di destreggiarsi di fronte a un grande pubblico con discorsi trascinanti.

No, le parole che ha usato sono cortesia e decoro morale (decency), onore (honor), empatia (empathy).

Su quest’ultima in particolare ha dedicato un lungo passaggio, in quanto l’empatia non è una capacità individuale ma viene presentata come un valore per la società. L’empatia non è qualcosa con cui semplicemente si nasce, ma può essere instillata dalla cultura e quindi insegnata.

Per me è stato così.

“Empathy”, secondo il CliftonStrengths Assessment di Gallup, è il secondo Talento che ho più sviluppato, e di questo devo ringraziare mia madre.

Uno dei primi ricordi che ho in merito risalgono a quando avevo più o meno dieci anni. Erano i primi anni ’90, c’erano le “Pubblicità Progresso” che iniziavano a parlare di una malattia, l’AIDS, che sembrava diffondersi dappertutto. Usciva al cinema Philadelphia, film capolavoro con un fantastico Tom Hanks, e a noi bambini gli adulti raccomandavano sempre di fare attenzione alle siringhe nel parco. Drogati e malati di HIV facevano paura. Eppure, in quel periodo – non ricordo neanche bene in che modo – mia madre decise di fare un passo verso quelle persone. Conobbe così due famiglie con bambini che stavano facendo un percorso di riabilitazione in una comunità per ex-tossicodipendenti. In una delle due famiglie, non solo i genitori erano sieropositivi ma anche uno dei bambini, che non si era negativizzato alla nascita come gli altri. Avevano un passato difficile, e anche un presente complicato, fatto di violenze, degrado, ma soprattutto solitudine. A casa nostra si sentivano semplicemente “persone”. Io giocavo con i bambini, un po’ più piccoli di me, con semplicità, si festeggiavano i compleanni, si rideva e si piangeva. A 11 anni ricordo che coinvolsi due mie compagne di scuola di prima media in una piccola raccolta fondi (risparmiammo per mesi sulle nostre paghette) per comprare dei giocattoli da regalare a Natale ai bambini. Fu una festa bellissima.

Poi ci fu la volta in cui conoscemmo Aldo (nome di fantasia), un ragazzo omosessuale. Dovete sapere che quando mia madre studiò medicina, l’omosessualità era ancora considerata una patologia, attestata dalla stessa OMS. Conoscere Aldo le fece capire – più a lei che a me, io non sapevo neanche perchè i gay fossero discriminati – che di nuovo, al di là di tutto, aveva a che fare con una persona. Aldo amava cantare, faceva parte di un coro, e abbiamo passato un sacco di pomeriggi con gli spartiti in mano a provare, sorridendo della nota incapacità di mia madre di prendere una nota esatta.

La nostra era la più piccola famiglia del mondo, formata da noi due, eppure diventava più grande mano a mano che si apriva al mondo. Tante persone che mia madre incontrava sul lavoro, in parrocchia, in giro, a un certo punto si sentivano attratte da questa mini famiglia e per un po’ vi entravano, così come poi semplicemente se ne allontanavano.

Uno dei momenti più complessi fu l’incontro con le donne che volevano abortire. Mia madre come medico aveva fatto obiezione di coscienza, perchè non voleva partecipare in alcun modo agli aborti. Poi però decise di fare le visite preoperatorie, non con l’intento di far cambiare idea alle donne, ma per ascoltare, per capire.

Fu così che Marta (altro nome di fantasia) entrò nella nostra orbita. Ragazza giovane, bella, innamorata di un uomo sposato che “stava per lasciare sua moglie da un momento all’altro”, ma che, come purtoppo accade, non lo fece mai, nemmeno dopo che lei ebbe abortito. Marta entrò in una grandissima depressione – patologica, intendo – e tentò persino il suicidio. Cercammo di starle vicino, mia madre la indirizzò da uno specialista, ci volle tempo, pazienza e fatica, ma poi ce la fece ad andare avanti.

Mia madre cerca sempre di guardare in faccia i suoi limiti, i suoi pregiudizi, e di andare oltre. Mi ripete fin da quando ero bambina: “Ogni persona merita di essere accolta, non perchè se lo è guadagnato, ma perchè è un fratello”.

Io nel frattempo crescevo, diventavo adolescente, e a mia volta iniziavo ad aprirmi agli altri, nella vicinanza alle amiche, nel mettermi a disposizione di compagni di scuola che avevano bisogno per lo studio, facendo volontariato, semplicemente fermandomi a chiacchierare per conoscere le persone che chiedevano le elemosina per strada.

Poi, senza nemmeno che me ne accorgessi, non ero più solo io a fare un passo verso gli altri, ma mi capitava – e ancora oggi – che le persone volessero entrare in contatto con me. Volessero parlarmi. Vedessero in me qualcuno che li potesse semplicemente ascoltare. Così in fila alla cassa del supermercato, in autobus, in ascensore, ho ascoltato di problemi di salute, di preoccupazioni per il lavoro, di solitudine, di decisioni da prendere… e il mio contributo è stato solo un accogliente silenzio. Perchè mi sono resa conto che non posso aiutare tutti, ma sicuramente posso far sì che ogni persona si senta di valere la mia attenzione e il mio tempo, o almeno ci provo.

Ripercorrendo questa piccola storia personale mi rendo conto di come la Obama abbia ragione: l’empatia è un valore per tutta la società, perché ci rende capaci non di vedere le persone come “gli altri”, ma di farci noi stessi prossimi a loro.

L’abit(udine) non fa il monaco

Dopo il post dell’altro giorno, in cui ho citato l’etimologia della parola “grazie”, mi sono incuriosita a proposito dell’origine di altre parole. E sono “inciampata” in questa: abitudine.

Secondo l’enciclopedia Treccani, il termine è dal latino habitudo (da habitus, “qualità, caratteristica, aspetto”, a sua volta derivato da habere, “avere, possedere”). Quindi la parola abitudine in italiano significa sia il possesso di una caratteristica stabile, di un’attitudine naturale o acquisita per qualcosa, sia la consuetudine a essere e agire in un certo modo. Nel parlare comune, tuttavia, questa parola viene più spesso impiegata in riferimento a un’azione o a una serie di azioni (ho l’abitudine del fumo, ho l’abitudine di andare a correre ogni mattina) piuttosto che a una caratteristica stabile (quante volte avete parlato con un’amica dell’abitudine del corpo per riferivi alla postura? Personalmente, mai!).

Le abitudini nascono dalla ripetizione di un comportamento, ripetizione che si attua a seguito di un incentivo, sia esso negativo o positivo. Chiaro esempio di questo è stata l’introduzione dell’obbligo della cintura di sicurezza in auto: se prima ogni volta dovevamo ricordarci di farlo, ci sembrava scomodo, avremmo preferito evitare, adesso se saliamo in macchina e non allacciamo la cintura sembra che ci manchi qualcosa e ci sentiamo quasi a disagio. Questa è un’abitudine che non nasce da una ricompensa (se non il pensiero, che sembra sempre lontano da noi, che in caso di incidente avremmo molte più probabilità di salvarci la vita) ma piuttosto da un incentivo negativo (la multa e la decurtazione dei punti dalla patente). Molte altre volte invece le abitudini nascono da incentivi positivi, ovvero dal senso di soddisfazione personale che traggo dall’azione (come la carica di energia e benessere che mi dà l’allenamento fisico quotidiano).

Ma perchè scrivere delle abitudini? Perchè le abitudini rafforzano i collegamenti neuronali legati all’azione stessa, permettendo di creare delle automazioni (non devo ogni volta pensare a come impugnare la matita per scrivere) e quindi di apprendere.

Questo è il punto: non demonizziamo per forza tutte le abitudini. Quante volte la parola “abitudinario” è pronunciata con un’accezione negativa? Abitudine è parlare e pensare in un’altra lingua come fosse quella madre, abitudine è correre 10 km ogni giorno senza farsi venire i crampi, abitudine è andare in bicletta senza perdere l’equilibrio mentre si presta attenzione al traffico.

Quand’è che allora le abitudini dventano “cattive”?

Quando gli automatismi del nostro cervello ci portano a compiere comportamenti inefficaci sul piano del compito o della relazione: potrebbe essere che al momento dell’apprendimento quell’azione fosse efficace rispetto al contesto e agli obiettivi, ma col mutare delle situazioni non lo sia più; potrebbe anche essere invece che l’azione appresa sia stata dettata dalla paura e che quindi l’abitudine abbia rafforzato un comportamento di difesa e diffidenza.

Faccio un esempio che mi riporta a quando lavoravo in azienda.

In un team entra una persona nuova, fresca fresca di laurea. Il suo manager, per aiutare il nuovo arrivato ad essere operativo, pianificherà molti incontri di allineamento sulle attività, in modo da capire come la persona stia andando e se abbia bisogno di un aiuto. Col tempo, però, il manager prende questa frequenza di incontri come una modalità operativa automatica, anche se oramai il suo collaboratore non è più “il nuovo arrivato” e inizia a sentirsi soffocato da questa prassi – che probabilmente interpreta come attività di controllo. Quindi inizierà a percepire (forse in maniera non del tutto conscia) il comportamento del suo manager come di uno che non si fida di lui e delle sue possibilità e inizierà a partecipare agli incontri one-to-one stando sempre sulla difensiva, in modo da “proteggersi le spalle”: attenersi a quanto richiesto, non uscire dal seminato.

Il risultato di queste abitudini? Relazione difficoltosa, conflitto, incapacità di condivisione di idee da parte del collaboratore e ulteriore stretta nel controllo da parte del manager, che vede quel membro del team come uno che “era partito bene, sembrava avesse del potenziale, ma guardalo adesso… fa sempre solo quello che gli dico, non si prende mai una responsabilità in più, non si butta in progetti nuovi… che peccato”.

Allora siamo condannati dalle nostre abitudini? Da un lato sono un segnale che abbiamo interiorizzato una competenza, dall’altro ci portano a degli automatismi che ci rendono poco efficaci… che fare?

E qui entra in gioco la consapevolezza. Come coach, mi accorgo spesso che tutti noi in maniera involontaria o volontaria (in quest’ultimo caso, perché ci siamo creati una comfort zone dalla quale non vogliamo uscire) abbassiamo il nostro livello di consapevolezza dato che questo ci fa rallentare. Ci rende meno efficienti. Prendere coscienza di ciò che stiamo facendo mentre lo stiamo facendo non è così banale come sembra, soprattutto se non ne vediamo immediatamente gli effetti negativi.

Eppure è lì la chiave: essere presenti a sé stessi e agli altri per poter agire quella libertà magnifica che abbiamo noi esseri umani – la libertà di scelta. Ecco che allora potremo interrompere l’automatismo, potremo provare strade nuove, potremo apprendere abitudini più efficaci (almeno fino al prossimo cambiamento).

L’abitudine ci guida, ma non ci definisce. Come l’abito per il famoso monaco.

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La penuria di lievito, una riflessione sul Talento

Nelle situazioni straordinarie come quella che stiamo vivendo, ogni società si “attacca” a qualcosa di diverso. C’è chi ha dato l’assalto alle armerie. Supermercati in cui è sparita in pochi giorni la carta igienica. In Italia, è esaurito il lievito.

Ma la mia riflessione non sta tanto sui novelli pizzaioli o i riscoperti panificatori italiani, sta nel fatto che – dopo un primo momento di sgomento – hanno iniziato a fioccare ovunque (social, chat di gruppo ecc) ricette per fare il pane e i dolci senza lievito o come anche utilizzare agenti lievitanti alternativi.

Questo mi ha fatto riflettere e spinto a scrivere questo post.

Il lievito mancante è la nostra famosa “area di miglioramento”, per essere politically correct, o la nostra “debolezza” per dirla alla vecchia.

Quante volte sul lavoro, ma anche in contesti diversi, ci è stata fatta notare? E ci è stato chiesto di migliorarla? “Sei poco empatico! Devi essere più empatico!” “Perchè sei così poco proattivo? Non dici mai niente alle riunioni! Di cosa hai paura?” e così via. E quante altre volte, nonostante i nostri sforzi, il miglioramento atteso è stato sotto le aspettative?

Il punto è che esistono agenti lievitanti alternativi. Sì, non è la stessa cosa, sì sono pù complicati, ma esistono.

Questo vale anche per noi, nella gestione dei nostri Talenti.

Da quando mi sono avvicinata alla metodologia “CliftonStrengths”, che prende il nome dallo psicologo Don Clifton, ho avuto una rivelazione su un altro modo in cui lo sviluppo personale può prendere forma. Ovvero, lavorare sui punti di forza, sui Talenti, invece che concentrarsi sui punti di debolezza.

Cosa cambia? TUTTO.

Prima scoperta: investire sui propri punti di forza aiuta a focalizzarci sul positivo, su ciò che già possediamo come Talento individuale, e questo è davvero un propulsore della motivazione. Quante volte abbiamo associato al “piano di sviluppo” un senso di frustrazione? Della serie: se ho bisogno di un piano di sviluppo vuol dire che c’è qualcosa che non va. Proviamo invece a pensare al piano di sviluppo come alla ristrutturazione e all’ampliamento di una casa: le fondamenta, i muri portanti, il tetto già ci sono, è solo questione di esaltarne la bellezza, di sostituire qualche parte rovinata, di ampliare qualche locale che è diventato troppo stretto.

Il piano di sviluppo quindi diventa: dato che ho già dei Talenti, proviamo a svilupparli ancora in modo che mi aiutino ad essere sempre più efficace nelle situazioni quotidiane (nelle relazioni, nelle decisioni, nel perseguire in generale degli obiettivi).

A questo punto la domanda – come direbbe qualcuno – sorge spontanea: e quello che manca? Se io devo prendere una decisione ma non sono abbastanza analitico?

Seconda scoperta: non c’è un solo modo di fare le cose. Ognuno di noi è diverso e ha le capacità per ottenere dei risultati. C’è chi ha le capacità per seguire la “strada maestra”, ovvero la via più consolidata, più conosciuta per fare le cose – se devo fare la pizza in casa, compro il lievito di birra fresco – e chi invece deve seguire vie secondarie, o addirittura tracciarne una nuova – vedi l’uso dei lievitanti alternativi.

Quindi se devo prendere una decisione ma non sono una persona analitica, cosa posso fare? Magari ho un talento per proiettarmi in avanti e immaginare come vorrei che fosse il futuro dopo la mia scelta; oppure sono una persona che apprende attraverso gli altri e chiedendo a persone di cui mi fido posso chiarirmi meglio le idee; magari ancora sono una persona che fatica a vedere la decisione nel dettaglio se non inserita in un quadro più ampio, che dà una prospettiva e una importanza diversa alla scelta stessa.

Lavorare sulle strade alternative è più faticoso, perchè spesso non c’è un esempio da imitare e ancor più spesso le persone intorno tenderanno a darti un feedback rispetto sempre alla soluzione consolidata: eppure, imparando ad allenare i propri talenti, ogni persona potrà trovare una modalità efficace e propria per dare un contributo alle situazioni che sarà – come ogni individuo – unico.

Cogliamo l’opportunità delle mancanze – che sia del lievito o dell’estroversione, l’analiticità, l’empatia – per trovare modi nuovi ma non meno efficaci per affrontare le situazioni.

Continuerò nei prossimi post a parlare di Talento, continua a seguirmi!

Connessione. Interdipendenza. Reciprocità.

Sono parole che mi affascinano da sempre, ma oggi più che in passato credo che siano di incredibile attualità, nonchè una necessità sociale.

Siamo in un momento come mai prima in passato in cui il “qui e ora” assume una valenza globale, che ci spinge (volenti o nolenti) verso l’altro. Ma per entrare in contatto veramente con gli altri è necessario rinnovare (o iniziare?) il cammino di conoscenza di noi stessi, perché alla base del dialogo ci sono due identità che si confrontano: non posso darti ciò che non ho – o non so di avere.

Il fine di questo blog è proprio questo: raccogliere riflessioni, pensieri, con il giusto equilibrio di profondità e ironia, non tanto per dare delle risposte, ma per porre le giuste domande.

Questo è il lavoro del coach. Ed è la mia passione.