Il “tran-tran”

“Non viene per ogni organismo il momento in cui subentra la normale amministrazione, il tran-tran?”

(La giornata di uno scrutatore, I. Calvino)

Il tran-tran, la normale amministrazione, la routine: che noia, vero? L’espressione onomatopeica del titolo di questo post deriva dal rumore ripetitivo di una macchina, come ad indicare qualcosa di meccanico che va avanti perché deve, perché è stata impostata così.

Da qui il bisogno di evasione, di scelta, di libertà, che spesso però è stato ridotto all’attesa del weekend,  delle vacanze estive, del ponte primaverile. Come se esistesse una vita vera – l’evasione – e una vita finta, meccanica, ripetitiva. Eppure noi spendiamo molto più tempo nella seconda che nella prima, se consideriamo “tran-tran” il tempo del lavoro, del mangiare e dormire, del fare la spesa e le pulizie di casa, il tempo passato in macchina per gli spostamenti quotidiani… non è un po’ triste? Cosa fare?

Chiunque fa sport o svolge la professione del coach, come me, sa bene che l’allenamento è fondamentale per migliorare e aumentare le prestazioni. Non posso improvvisarmi maratoneta da un giorno all’altro, così come non posso intraprendere un cambiamento duraturo nel mio modo di comportamenti solo perché lo decido. Semplicemente fallirei. È l’allenamento che fa la differenza, e qualsiasi tipo di allenamento prevede – ahimè! – la ripetizione. La ripetizione di un gesto, di un processo, di un atteggiamento è quello che ci serve per imparare a farlo sempre meglio, fino a renderlo una scelta automatica.

Ripetizione, automazione… forse il tran-tran allora non è così negativo. Il punto per me è viverlo in maniera consapevole.

Quando ad esempio mi confronto con manager d’azienda in merito allo sviluppo del potenziale dei loro team, l’obiezione che mi viene posta con più facilità è: “sì è molto bello, ma richiede tempo e io devo fare un sacco di cose.” Come se, di nuovo, ci fosse una contrapposizione fra l’operatività quotidiana e la relazione con i collaboratori, come se quest’ultima fosse un momento di vero esercizio della leadership mentre il resto fosse parte del grande calderone delle cose da fare.

Smettiamo di vedere contrapposizioni. La vita è il tran-tran e l’evasione, il ruolo del manager (ma in generale, di chiunque svolga un lavoro) è operatività e relazione. Pensare in maniera duale ci limita, perché ci fa inquadrare ciò che è ripetitivo come un male inevitabile, che subiamo e non scegliamo, e questo non è vero.

Il tran-tran è proprio l’occasione che ci viene data ogni giorno per allenarci. Sono ore e ore di palestra incluse nel prezzo. Vorrei dedicare più tempo a quel collega, che fatica a raggiungere i suoi obiettivi? Non devo “ritagliarmi” degli spazi extra in agenda, basta che consideri ogni occasione in cui ho a che a fare con quella persona come a un’occasione di sviluppo. Quindi invece che semplicemente dire cosa fare, chiedere all’altro come lo vorrebbe fare e dare dei suggerimenti per rendere la sua idea più efficace ed efficiente. Invece che arrivare alla riunione con già le decisioni prese, utilizzare quel momento per far emergere punti di vista e proposte dagli altri. E la cosa bella è che, di occasioni come queste ne ho a bizzeffe, perché fanno parte di quella routine che tanto odiavo! Non mi riesce la prima volta? Riprovo, ancora e ancora. Perché ci si può allenare sempre, siamo già in palestra.

Altro esempio: mi sento come incastrato in un lavoro poco stimolante, mentre io mi sento una persona più creativa? Ottimo! La creatività nasce dai vincoli. Non c’è bisogno di creatività se è già tutto realizzato come lo vogliamo noi. Quando qualcuno è davvero creativo, lo è perché è in grado di “definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze”(enciclopedia Treccani): non solo alcune esperienze, ma tutte!

“Tutto il resto è giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire. E costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione”

(Costruire, Niccolò Fabi)

Proviamo, un giovedì qualsiasi di una settimana qualunque a chiederci: cosa posso allenare oggi? In quello che sto per affrontare, nella mia quotidianità cosa posso costruire?

E ogni sera, poco prima di chiudere gli occhi, poter dire: anche oggi è stata una giornata di vita vera, più di ieri e meno di domani.

Cosa ho fatto finora?

Vi siete mai posti questa domanda? Magari a fine giornata, a fine mese, guardando l’agenda, o in concomitanza di un anniversario? Io sì, sì, e ancora sì. Sono ormai due anni che mi sono messa in proprio, e quando ho preso la decisione di cambiare, mi sono detta: farò un bilancio fra due anni, per vedere come sono partita in questa nuova fase della mia carriera. E ora che i fatidici due anni stanno per finire, arriva la domanda: cosa ho fatto finora? Tante cose le ho fatte, tante cose che mi ero proposta di fare no. Perché non le ho fatte? (Qui subentra il mio cervello razionalizzante, quello che incarta le decisioni di pancia in una confezione dal look razionale-accettabile): c’è stato il COVID, sono ancora all’inizio, sto dedicando più tempo ai miei figli… Eppure la sensazione che potevo fare di più resta. Il rimorso di aver fatto la scelta sbagliata si affaccia nella mia mente. L’idea che io sia incapace di fare questo lavoro è lì.

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MA.

Di solito non mi piacciono i MA, perché rinnegano tutto quello che c’è stato prima, tuttavia dato che le premesse erano negative un MA ci può stare.

Il mio “MA” è questo: la vita va avanti.

Semplice, lineare, ovvio. Ritornare a questo semplice pensiero mi aiuta a mettere un punto e ad andare a capo, come mi insegnò la mia maestra alle elementari. Mi aiuta a cambiare la domanda: da “cosa ho fatto finora?” a “Cosa voglio fare da ora in poi?”. Questo passaggio è importante perché reindirizza la mia attenzione verso il presente e il futuro, senza sprecare altro tempo a cercare nei fossi il senno di poi.

È la domanda che mi sono fatta oggi, guardando il blog fermo a un post datato oltre 6 mesi fa: cosa posso scrivere da oggi in poi? E subito mi è venuta voglia di scrivere questo post. E mi sono concessa il tempo di farlo.

Quando osservo mio marito, ammiro fra le altre cose la sua determinazione nel perseguire gli obiettivi, che siano lavorativi o personali. Per lui la gestione del tempo sembra naturale, cosa che per me non lo è affatto. Io sono continuamente distratta dalla “Scimmia della gratificazione istantanea” come la chiama Tim Urban in un famoso TED Talk, che mi tenta continuamente con attività di breve termine invece che mantenermi focalizzata sugli obiettivi di medio-lungo termine. Non è vero che non ho tempo di farlo, è che in realtà molte volte non so come farlo, quindi devio su cose che so fare, che mi gratificano perché non mi fanno sentire incapace. Almeno in quel momento, almeno fino a che non mi faccio la domanda “Cosa ho fatto finora?”.

Ecco allora ciò che mi fa cambiare prospettiva: il mio perché. La mia guida, il mio faro, la mia vera motivazione interna. Non è qualcuno o qualcosa che mi dice cosa fare e quali scadenze ho, ma sono i miei valori che definiscono il percorso e il metodo di assegnazione delle priorità. È come fare reverse-engineering partendo dalla visione di me che riesce a raggiungere un determinato obiettivo, definito dai miei valori e dalle mie capacità (attuali o potenziali). Per come sono fatta io, se non ho chiaro questo perché e gli obiettivi che ne derivano, mi faccio catturare dalla Scimmia di cui sopra.

Pianificare senza scadenze predefinite non è sempre facile, mentre è facile riempire un generico DOPO di cose da fare. Il punto è che io non lo posseggo il DOPO, non ce l’ho né l’avrò mai. Lo posso immaginare, posso fare sì che mi guidi nel presente, posso anche piantarci degli obiettivi, eppure per il fare ho in mano solo il presente e il mio perché.

“Chi ha un perché abbastanza forte, può superare qualsiasi come”

F. Nietzsche

Una volta inquadrato il perché, per affrontare un percorso sostanzialmente inesplorato, nuovo, faccio appello alle mie risorse: situazioni simili già vissute in passato, libri e articoli di esperti, il dialogo sincero e generativo con le persone di cui mi fido, contaminazione… connessione di puntini. Raramente non sono riuscita ad uscire dai problemi o da situazioni complicate usando questo metodo.

L’ultimo passaggio: adesso che ho la meta, il percorso (più o meno definito), i valori che mi fanno da guardrail, devo mantenere il focus anche quando arriva la scimmia. Quindi è qui che entrano gli strumenti più o meno innovativi per gestire il tempo, non sono il primo punto ma l’ultimo, perché è inutile avere tante to-do list e promemoria che non sono legati a qualcosa di più profondo e significativo: si staccheranno, come un post-it vecchio dall’agenda dell’anno scorso.

Aurem Cordis

L’orecchio del cuore. Leggendo il romanzo “Fu sera e fu mattina” di Ken Follett ho trovato questa espressione tratta dalla regola di San Benedetto, che mi ha colpito in modo particolare.

È di nuovo un po’ che non scrivo sul mio blog, ma non potevo non mettere nero su bianco le riflessioni che mi sono nate da queste due semplici parole.

Emblematico è uno stralcio di dialogo che ho colto ieri fra mio figlio e la sua maestra durante una lezione in DAD:

mio figlio: “Maestra, non ti sento”

maestra: “Adesso? Va meglio?”

mio figlio: “Sì, adesso ti sento”

maestra: “Perchè non hai ancora preso il quaderno?”

mio figlio: “Scusa maestra, non ti stavo ascoltando”.

Questo mi ha fatto pensare a quante volte anche io sento gli altri, ma non li ascolto veramente. Sento i litigi fra i fratelli, sento le persone che mi parlano di lavoro, sento le lamentele di chi vorrebbe uscire da questa situazione, sento la mia stanchezza… ma ascoltare è un’altra cosa.

Parlare è un bisogno, ascoltare è un’arte.

(Goethe)

Ascoltare è allenare l’orecchio del cuore. Ascoltare è prima di tutto la capacità di fare silenzio e di non temere di stare un po’ in sua compagnia. Mi accorgo che sono piccoli e fuggevoli i momenti che mi ritaglio per fare un po’ di silenzio. Non solo attorno a me, spegnendo il cellulare, la tv, lo smartwatch (!), ma soprattutto dentro di me. Abbassare il volume della lista di cose da fare, silenziare la voce che mi critica, mettere a tacere le mie conoscenze e con esse le mie assunzioni sul mondo, per ascoltare davvero.

Ci sono tre componenti dell’ascolto con l’orecchio del cuore che cerco di allenare:

  1. Ascolto del mio corpo. Chiudere un istante gli occhi e avere pazienza con quel corpo che a volte mi sembra non voler stare dietro alla mia testa, quel corpo che si stanca, che accumula tensioni, che mi manda dei messaggi che non sono solo inerenti alla mia salute fisica, ma mi parla di me come di un tutt’uno con la mia mente e che a volte vorrei invece separare.
  2. Ascolto del mio cuore. Con cuore intendo i miei desideri, le mie passioni, le mie motivazioni. Riconnettermi col mio “purpose” (che forse il Benedetto dell’”aurem cordis” avrebbe chiamato vocazione) per ristabilire le mie vere priorità, ciò che conta nella mia vita e in ogni singola giornata. Quando è chiaro il senso finale, sono in grado di indirizzare i miei comportamenti e le mie capacità in quella direzione, trovando risorse per superare le difficoltà che neanche sapevo di avere.
  3. Ascolto degli altri. Forse l’ascolto più ovvio, ma non per questo più facile. Perché ognuno di noi ha un pensiero che costantemente attribuisce significati a ciò che accade, alle interazioni con le persone, senza i quali non saremmo in grado di interagire. E quando va bene, questa attribuzione di significato si basa su una molteplicità di informazioni, riflessioni, analisi; quando va male (vedi: sono stressata, stanca, di corsa, distratta) il mio cervello usa dei modelli preconfezionati cercando di incastrarci dentro la situazione o la persona che ho davanti, ovvero prende decisioni sulla base di pregiudizi o bias cognitivi. Un esempio: guardo i miei figli che giocano e penso che potrei chiedere loro di apparecchiare il tavolo, ma poi loro sbufferebbero e si lamenterebbero costringendomi a spiegare loro per l’ennesima volta che ognuno può fare qualcosa in casa, quindi alla fine faccio prima se faccio io, alimentando in me la convinzione che i miei figli siano scansafatiche e che io abbia sulle spalle il peso di tutto il mondo.

Per lavoro, io mi trovo costantemente ad ascoltare gli altri; solo che a volte, in particolare nel ruolo di trainer, ritengo che più che altro le persone si aspettino da me risposte, suggerimenti, consigli e il mio ascolto si focalizza sulle risposte che potrò dare.

In quei momenti è Socrate che mi viene in aiuto col suo “io so di non sapere”. È quello che immediatamente mi orienta non verso le risposte, bensì verso le domande, la più importante delle quali è “cosa posso imparare di te e da te, ora?”.

Il sapere di non sapere è una condizione di vulnerabilità e credo che sia per questo che istintivamente cerchiamo di evitarla. Ascoltare l’altro e comprenderlo vuol dire farlo entrare in uno spazio dove la nostra immagine può risultare meno perfetta di quel che cerchiamo di mostrare, insomma senza i filtri di Instagram. Ascoltare l’altro e comprenderlo è ammettere che non sappiamo fare tutto, che abbiamo commesso errori, che non abbiamo tutte le risposte che immaginiamo l’altro cerchi.

Eppure, mi accorgo che, in quell’incontro di non-saperi, di imperfezioni, di incertezze, c’è lo spazio per la creazione di nuovi significati che ridefiniscono ciascuna delle due parti e il contesto allo stesso tempo, che attraverso quell’ascolto non solo posso imparare a conoscere l’altro ma a conoscere me stessa attraverso la relazione con l’altro, in un processo potenzialmente senza fine.

Le ferie fanno bene (a noi e al lavoro!)

C’è un pensiero che spesso accompagna il rientro dalle ferie: “ricominciare da capo”. Si parla di settembre come di un “nuovo inizio”, con liste di buoni propositi che, puntualmente, rischiano di restare sulla carta.

Ma il vero valore della pausa estiva non sta nell’illusione di reinventarsi da zero, bensì nel modo in cui ci permette di tornare.

Staccare non significa fuggire dal lavoro perché non se ne può più. Significa, piuttosto, scegliere di interrompere il ritmo per ricaricare le energie e dare respiro alla mente. È in quello spazio di distanza che possiamo riappropriarci di prospettive nuove, che il “fare” torna ad avere senso, che le priorità si ridisegnano consapevolmente.

E credo fermamente che “staccare”, prendersi una pausa, non debba necessariamente implicare un viaggio costoso, mete lontane e uno smartphone carico di foto da Instagram. A volte ci si può prendere un mercoledì pomeriggio per andare a trovare quell’amica che non si vede da tempo, che magari ha orari di lavoro diversi dai nostri; un giorno per noi stesse in cui fare le cose che ci piacciono, anche a casa.

Il rientro, allora, non è un peso da sopportare ma un’opportunità: riportare nel quotidiano quel senso di leggerezza, curiosità e presenza che le ferie hanno saputo risvegliare. Non servono rivoluzioni, ma la capacità di ricordare che la pausa è parte integrante del lavoro.

Ho pensato a tre modi per integrare i benefici delle vacanze nella routine quotidiana:

  1. Ritrova piccoli momenti di pausa anche durante la settimana. Non serve attendere le ferie per “staccare”: una camminata, dieci minuti senza schermi o un caffè preso con calma possono mantenere viva la sensazione di respiro che hai sperimentato in vacanza.
  2. Porta con te un elemento del viaggio. Che sia una fotografia sulla scrivania, un libro iniziato sotto l’ombrellone o una ricetta scoperta in vacanza, questi piccoli richiami aiutano a mantenere un filo diretto con quell’energia positiva.
  3. Rallenta i ritmi. Inizia scegliendo un momento della giornata in cui eliminare il famigerato multitasking e concediti di fare una cosa alla volta, con la stessa presenza che in vacanza ti ha fatto godere appieno del tempo. Sembra difficile (“con tutte le cose che devo fare!!!!”) ma essere centrati sul momento presente è solo un apparente rallentamento: in realtà vedremo quante cose si possono fare (se invece che tornarci su mille volte le facciamo bene subito…).

Forse il segreto non è accumulare nuovi propositi, ma custodire quello che la pausa ci ha insegnato: che lavorare bene è possibile solo se, ogni tanto, ci concediamo di fermarci.

SCOMODA

Scorrendo i reel e i post divertenti sui social, mi capita di imbattermi in contenuti in cui il protagonista sbotta improvvisamente perché non ne può più della situazione che vive, per cui l’unica possibilità è cercare qualcosa di nuovo e di diverso. Che sia il lavoro, la propria quotidianità, le relazioni, sembra che debba arrivare un momento – per alcuni è un sussurro interiore, per altri un grido che non si può più ignorare – in cui restare dove siamo diventa più doloroso che muoversi verso l’ignoto.

E mi chiedo: cosa porta fino a questo punto? E, soprattutto, cosa fare? 

La prima cosa secondo me è non giudicare se stessi, e soprattutto di non paragonare il proprio percorso a quello di altri. Quando praticavo yoga, da principiante, non riuscivo sempre a fare correttamente tutte le posizioni, eppure l’insegnante mi ripeteva sempre: sei esattamente dove dovresti essere. Accettarsi e accettare.

Ma accettare non vuole dire accontentarsi.

Smettere di accontentarsi è un atto di coraggio. Non perché sia sempre visibile o clamoroso, ma perché richiede onestà con se stessi, e la volontà di ascoltare quel senso di disallineamento che ci abita quando viviamo lontani da ciò che siamo davvero.

Questo viaggio parte da una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: “Che cosa voglio davvero?”. Non nel senso superficiale del desiderio momentaneo, ma nel senso più profondo: “Perché sono qui?”.

E questa domanda, se la si lascia agire, ci conduce inevitabilmente alla scoperta dei nostri Talenti.

I Talenti non sono solo ciò che sappiamo fare bene. Sono anche ciò che ci fa sentire vivi, ciò che ci manca quando ne siamo lontani. I nostri Talenti parlano di noi, raccontano chi siamo. E, paradossalmente, ci chiedono di essere vissuti, non solo espressi.

Lo sottolinea anche Ken Robinson nel suo libro “The Element”: il talento è ciò che nasce quando una capacità naturale incontra una passione autentica. Quando ci allontaniamo da questo incontro, qualcosa in noi si spegne.

Smettere di accontentarsi, allora, significa iniziare a fare spazio: spazio per ascoltare, per esplorare, per osare sentieri non ancora tracciati.

Significa, come scrive Parker J. Palmer in “Let Your Life Speak”, imparare a “lasciar parlare la propria vita” piuttosto che forzarla a seguire ciò che altri si aspettano da noi.

Non è un cammino comodo. Ma è l’unico che ci restituisce interi.

E spesso, è proprio in quella zona di discomfort che incontriamo il nostro vero potere: il potere di scegliere la verità su di noi, anche quando costa.

Smettere di accontentarsi non è un capriccio, ma diventa il momento in cui decidiamo che vivere allineati con i nostri Talenti, e con ciò che davvero ci chiama, è più importante di essere “bravi”, “sicuri” o “comodi”.

È il momento in cui iniziamo davvero a vivere.

Vuoi scoprire con me i tuoi Talenti e trasformarli in energia?

Il coraggio non è l’assenza di paura

C’è un momento, prima di ogni scelta importante, in cui qualcosa si blocca. Ci stavo giusto pensando in questi giorni, interrogandomi sul mio ruolo come professionista.
Una voce dentro di me che mi dice:

“E se sbaglio?”
“E se non sono all’altezza?”
“E se fallisco davanti a tutti?”

Quella voce si chiama paura. E no, non è una voce nemica.

La paura non è da combattere. È da ascoltare.

La paura nasce per proteggerci. È un campanello d’allarme che ci avvisa di un rischio.
Ma nel lavoro, nella crescita personale, nel business… il rischio è inevitabile.
La paura allora non deve decidere per noi, ma può guidarci a prepararci meglio.
Ci fa domande scomode, ma utili:

  • Hai davvero chiaro cosa vuoi? Il tuo perché?
  • Hai valutato i possibili scenari?
  • Sei pronto ad affrontare anche un esito diverso da quello che immagini?

La paura può diventare una bussola, ma solo se non le lasciamo il volante.

E gli errori?

Gli errori fanno parte del gioco, eppure spesso li viviamo come un’etichetta permanente:

“Ho sbagliato = non sono capace.”

Sbagliato.

L’errore è informazione.
È esperienza in diretta.
È l’unico modo reale per crescere, se sappiamo osservarlo con lucidità e non con giudizio.

Come si superano paura ed errori?

  1. Accettandoli. Non devi essere perfetto, devi essere in cammino.
  2. Riconoscendo il pensiero bloccante. Spesso è un racconto interiore, non un fatto.
  3. Agendo a piccoli passi. Il movimento crea sicurezza. Restare fermi la distrugge.
  4. Cercando supporto. Nessun percorso di crescita è davvero in solitaria. Parlane con chi può aiutarti a vedere le cose da un altro punto di vista.

Il primo passo, spesso, è proprio decidere di non aspettare il momento perfetto.
Perché non arriverà.

Ma tu sì.
Puoi arrivare, se inizi.

Contattami se vuoi scoprire come i tuoi talenti possono darti la forza per muovere il primo passo!

Il mio ritorno: Storytime

Non sono stata presente in questi due anni, l’ultimo articolo risale al 2022… tante cose sono successe e ve le racconterò, se vi va di leggerle.

Intanto, una novità: ho iniziato a registrare delle puntate per Storytime (https://www.story-time.it/), in onda anche su Radio Canale Italia, dove parlo del mio lavoro, in particolare del Coaching con la metodologia CliftonStrengths di Gallup.

Ecco qui la prima clip:

Buona visione!

Si può avere compassione verso sé stessi?

In questo periodo, purtroppo ancora così stressante e per certi versi limitante, vedo moltiplicarsi (online e offline) incontri, webinar, corsi sulla gestione dello stress e sulla resilienza. Tra i vari articoli letti, mi ha colpito in particolare uno pubblicato dal “Greater Good Science Center” dell’Università di Berkeley, California, in cui si introduce il concetto di “Self-Compassion” (l’articolo è vecchio, perché è del 2012, ma molto interessante e attuale. Lo potete leggere in inglese qui: https://greatergood.berkeley.edu/article/item/the_power_of_self_compassion).

Kristin Neff, psicologa pioniera nello studio della Self-Compassion, afferma sostanzialmente che la nostra società (occidentale) valorizza positivamente la compassione, l’empatia verso gli altri, ma allo stesso tempo porta avanti l’idea che invece verso noi stessi dobbiamo essere severi, autocritici, a volte persino inflessibili, per evitare di ripetere gli errori e i fallimenti o indugiare nelle nostre debolezze. A questo punto vi starete chiedendo: ma cosa c’entra con la resilienza e lo stress? C’entra, nel momento in cui per reagire a una situazione stressante, agiamo in maniera che ci porta ad aggiungere stress a quello già vissuto a causa della situazione.

Prendiamo un esempio che (ahimè!) è diventato un classico in questi due anni per molte famiglie: la quarantena. La quarantena è di per sé stressante perché limita i miei spostamenti e le mie attività, e spesso si porta dietro il lavoro a distanza mentre i figli sono in DAD, il tutto condito da possibili problemi di salute. Se la mia risposta è: ok, devo gestire tutto: gli spazi per ogni membro della famiglia, l’accudimento dei malati, il coordinamento delle attività necessarie in casa – pulizie, spesa, cucinare ecc., il supporto ai figli per la DAD e i compiti, il lavoro… potrei arrivare già la prima sera ad essere esausta. Ma a quel punto, stanca e insoddisfatta per come è andata la giornata, potrei dire a me stessa: “Non hai fatto abbastanza!”, “Come fai ad essere stanca dopo solo un giorno??”, “Non ti sai organizzare!”, aggiungendo ulteriore stress e frustrazione (con l’idea che questo potrebbe servirmi come motivatore per fare meglio il giorno dopo). Invece, secondo anche gli studi della Neff, questo non fa altro che portarmi ad aumentare il senso di inadeguatezza, facendomi volgere lo sguardo più verso le mie carenze che verso le mie risorse.

E più ci focalizziamo sulle carenze, più ci sentiamo incapaci di andare oltre queste, fino ad arrivare al punto che iniziamo a cercare di evitare ogni situazione che ci faccia vivere quel senso di inadeguatezza, frustrazione, dolore. Questo può manifestarsi verso un’attribuzione della nostra frustrazione all’esterno (“la scuola dovrebbe darci un servizio, e invece se la cavano con un paio d’ore collegati al pc e poi devo fare io l’insegnante!”, “non è colpa mia se non c’è niente per cena, dovevo lavorare”), oppure bloccando alcuni processi di apprendimento (“non posso lavorare da casa, è tutto diverso, non si riesce a combinare niente coi colleghi”), oppure facendo finta che vada tutto bene, nascondendo le proprie sofferenze e sperando che le cose si sistemino col tempo (vale a dire, da sole). Queste risposte ci fanno davvero stare meglio? C’è un’alternativa?

In questi giorni sto provando a vivere la compassione verso me stessa e sto provando a spiegarla anche a mio figlio, che spesso associa i suoi errori all’accettazione da parte degli altri: della serie “se sono bravo mi accettano, se non sono bravo mi escludono”. Questo lo porta, ad esempio se prende un voto basso a scuola o perfino se perde una partita a un gioco, ad eccessi di rabbia verso se stesso o verso gli altri (passando da “è colpa tua” a “non so fare niente”).

Il primo passo è provare a chiederci: ma se io vedessi un caro amico che soffre perché non è riuscito a raggiungere il risultato voluto, perché ha fallito in qualcosa, perché si sente troppo stanco per finire quello che aveva in mente di fare, lo tratteremmo urlandogli in faccia che fa schifo o cercheremmo di consolarlo, trattandolo con gentilezza, aiutandolo a vedere le risorse che ha a disposizione per uscire da quella situazione? Credo la seconda. Allora perché non farlo anche verso noi stessi?

La dottoressa Neff ci elenca tre passaggi per praticare l’autocompassione:

  1. Mindfulness: prendere consapevolezza di quello che stiamo vivendo e di come ci fa sentire, senza giudizio. Se neghiamo di stare male, se non ci prendiamo tempo per capire quali emozioni stiamo vivendo, non possiamo provare compassione.
  2. Gentilezza: invece di prenderci mentalmente a schiaffi, proviamo a dirci che va bene provare stanchezza, dolore, rabbia o frustrazione. Le emozioni, anche quelle “negative”, sono dati che ci aiutano a capire quali sono le cose importanti per noi, i nostri valori, e quindi ogni volta che le proviamo possiamo ricordarci qual è il nostro nord e seguirlo.
  3. Consapevolezza: aiutiamoci a inquadrare la situazione per quello che è: un evento della nostra vita. Non possiamo farci descrivere unicamente dai nostri errori o fallimenti, né pensare che questi siano inevitabili: io credo fermamente che la vita sia un percorso di apprendimento che non si esaurisce mai, e gli errori sono parte di ogni processo di questo tipo. Posso dire a me stessa: mi dispiace di aver sbagliato, ma cosa ho imparato o sto imparando da questa situazione? Ne ho vissute altre simili in passato? Come le ho superate? Quali risorse, quali talenti ho per andare avanti?

Oltre a questo, pensiamo anche che non siamo gli unici al mondo a stare così, che la sofferenza, l’imperfezione, il fallimento fanno parte dell’esistenza umana così come la bellezza, la gioia e il coraggio. Ci aiuterà a sentirci meno soli e più capaci di guardare anche gli altri con la compassione che proviamo per noi stessi, aprendo la strada all’incontro invece che allo scontro.

La potatura

È il primo giorno dell’anno e anche se di solito i bilanci si fanno in chiusura di anno, ho voluto ritagliarmi del tempo questa mattina per scrivere un po’.

Nei giorni scorsi mi sono arrivati messaggi, ho visto video e canzoni di persone che non vedevano l’ora di far passare questo odiato 2020. Adesso siamo nel 2021, ma io mi sento uguale a ieri. Di certo, però, sono molto diversa dal capodanno di un anno fa.

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Gennaio è sempre il mese dei buoni propositi, della definizione di obiettivi, di inizio di nuovi progetti, un mese carico di speranza, sempre. Un anno fa stavo per aprire la mia Partita Iva, mi mettevo in proprio con un grande slancio, passione e voglia di fare. Di sicuro non mi aspettavo di iniziare la mia nuova attività in un anno del genere… Eppure ho lavorato. Non tanto come avrei voluto, con mesi di assoluto silenzio, ma ho lavorato. Ho imparato, ho ascoltato, ho dato.

Ricordo che ad aprile ho sfiorato il picco dello stress: lavorare da casa, i figli in didattica a distanza da seguire, la casa da pulire, il lockdown. Cercavo di sostenere tutti, di ascoltare chi si sentiva abbattuto, spaventato dalla situazione, di incoraggiare chi non pensava di poter gestire un cambiamento così repentino e in cambio mi sentivo svuotare.

Mi è allora venuto in mente ciò che mi disse una persona quando ero ancora una ragazzina: “Come puoi dissetare gli altri se il tuo pozzo è vuoto?”. Da quel momento è nato il cambiamento: ho iniziato a potare. Tagliare dei rami, anche se non secchi, anche se dolorosamente vivi, per fortificarmi. Capire cosa fosse veramente essenziale e smettere di volere il superfluo. Sicuramente alcune potature sono state imposte dalla situazione, dalle misure di contenimento della pandemia; ma le potature forse più dolorose erano quelle che ho imparato io stessa a fare su di me.

A volte quel “di più” da tagliare era fingere di stare bene per dare forza a un altro: ho capito che per diventare più forte avrei dovuto abbracciare la mia debolezza e condividerla, in un dialogo ricco di reciprocità, un “do et des” che potesse rinfrancare entrambi nella relazione.

Ho capito che potare voleva dire anche fare meno, ma con più intenzione: sostituire il devo fare con il voglio fare.

Potare voleva anche dire prendermi cura di me stessa, dedicare del tempo per il mio benessere fisico, riscoprendo un’unitarietà e un’interconnesione profonda fra corpo, cuore e cervello.

Nella seconda metà dell’anno ho così iniziato a raccogliere dei frutti da questa potatura. Piccole cose quotidiane, in mezzo agli errori e alle deviazioni; ma è giusto così: come dice Niccolò Fabi in una bellissima canzone, “Costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione”.

Così la mia valutazione dell’anno non è basata sul raggiungimento o meno degli obiettivi che mi ero data a gennaio scorso, ma su come il percorso che ho fatto nel cercare di raggiungerli mi abbia fatto ottenere altri risultati che non avevo previsto.

Questo per me non vuole dire che mi accontento di quel che ho raggiunto senza puntare “in alto”, ma che spesso nel tenere gli occhi fissi sulla palla si perde di vista il campo. Che non posso buttare via un anno per ciò che non ho fatto o per quel che non ho raggiunto, ma ringraziare per ogni passo che mi ha portato fino a qui. Sarebbe come biasimare Cristoforo Colombo per non aver raggiunto l’India, invece di congratularsi per aver scoperto un nuovo continente.

E così, con piccoli germogli ancora verdi e rami più possenti, sono pronta per il nuovo anno, e auguro un buon cammino anche a voi!

Buon 2021!

La torta e il ciambellone

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Faccio una premessa: io adoro cucinare, ma i dolci non sono il mio forte.

In questi giorni, per proporre una merenda diversa ai miei figli, ho pensato di mettermi a fare un bel ciambellone allo yoghurt. Una cosa semplice, bella anche da vedere, con il suo bel buco in mezzo.

Mentre leggevo la ricetta, mi si è accesa una lampadina: ma non è la stessa ricetta della torta allo yoghurt? Allora ho cercato la ricetta della torta e ho visto che – e qui chiedo scusa ai pasticceri che stanno leggendo – non c’era poi una gran differenza negli ingredienti e nel procedimento. Ma le forme sono diverse e il nome, le parole che usiamo, sono diversi.

Come spesso mi accade, questo banale episodio mi ha fatto riflettere più in profondità su come le parole possano modellare la realtà, che a sua volta influenza i nostri comportamenti. Quante volte, soprattutto in questi momenti difficili, di cambiamento, descriviamo ciò che succede in maniera negativa e di conseguenza ci mettiamo sulla difensiva? O al contrario, quando descriviamo una situazione in maniera positiva ci sentiamo capaci di gestirne o affrontarne anche gli aspetti negativi?

Le parole sono potenti. Le parole che nella nostra mente formano un pensiero sono la prima cornice con cui interpretiamo la realtà.

Quando nella formazione o nel coaching parlo con le persone che vogliono migliorare la propria efficacia personale o le performance lavorative, queste iniziano a parlare di cosa fanno e di quanto il loro comportamento sia in funzione del contesto in cui si trovano. Il mio lavoro sta nell’aiutarle a guardare ancora oltre: a come il contesto (che pure è formato da persone, culture, modi di fare che non sono sotto il nostro diretto controllo) assuma un significato in base a come loro lo interpretano, ed è quello che influenza il loro comportamento, non un qualcosa che esiste al di fuori di loro.

“Non vediamo le cose come sono; le vediamo come siamo noi”

(Anaïs Nin, scrittrice, 1903-1977).

Ognuno di noi indossa degli occhiali che costruiamo, ripariamo, smontiamo e rifacciamo lungo tutto il corso nella nostra vita. La struttura di base è quella che si forma nella prima parte della nostra vita, in cui si forma il carattere, la personalità, in cui si assorbono dei valori e un modello sociale dalla nostra famiglia, prima, da altre persone significative, poi. Il punto è che non sempre ci rendiamo conto di avere gli occhiali sul naso, perché oramai ci siamo abituati al loro peso e al modo di vedere che essi ci consentono. Non ci chiediamo se vediamo bene, se potremmo vedere meglio, li consideriamo il nostro punto di partenza per guardare al di fuori; dobbiamo invece soffermarci a guardare le lenti con cui guardiamo.

Quello che mi ha affascinato sin dall’inizio della cosiddetta “psicologia positiva”, e che mi ha spinto a voler studiare e certificarmi come Strengths Coach, è quello di analizzare la psicologia umana non partendo da ciò che non funziona, da ciò che si “rompe”, ma chiedendosi: “cosa rende una persona un talento?”. Ogni volta che partiamo a lavorare su noi stessi guardando quello che non sappiamo fare, i nostri limiti, formiamo una cornice interpretativa di noi stessi come “mancanti”, “perdenti”. Se invece partiamo guardando a ciò che sappiamo fare, ai nostri talenti, la cornice diventa quella del “talento”, del “successo”. Se abbiamo successo in qualcosa, se riusciamo a fare in maniera eccellente qualcosa, che risorse stiamo mettendo in campo? Che parole utilizziamo per superare le difficoltà e i problemi in quei contesti? Cosa ci dà fiducia? Rispondendo a queste domande possiamo andare alla radice del nostro talento, trovando quelle risorse che poi possiamo impiegare laddove invece non riusciamo, laddove non sappiamo come fare.

Questo modo di procedere, però, ci mette ad un certo punto di fronte a una parola che la nostra cultura sta cercando di cancellare: limite. Ognuno di noi ne ha e bisogna farci i conti. Non facciamoci ingannare dagli slogan “no limits”, “puoi essere tutto quello che vuoi”… perché ad un certo punto rimarremo delusi, e quella delusione sarà come una porta che sbattendo sulla nostra faccia infrangerà in mille pezzi la cornice interpretativa positiva che tanto ci era costato costruire.

Il limite è quello che canalizza il nostro talento e lo rende più potente laddove lo riusciamo ad esprimere, come gli argini di un fiume che indirizzano la potenza dell’acqua, facendole trovare, scavare, una strada verso il mare.

Il limite più depotenziante che possiamo invece costruire noi stessi è quello che per raggiungere il successo personale o lavorativo (e qui preferirei usare la parola “compiutezza”, in quanto successo ci rimanda in automatico a dei modelli socialmente imposti) dobbiamo essere bravi come o più di qualcun altro. Il paragone è come un masso che va a ostruire completamente il nostro fiume.

Ciascuno di noi è unico, con i suoi talenti e i suoi limiti. Mi viene in mente il dramma delle ragazze (principalmente, ma la cosa coinvolge anche i ragazzi) che dagli anni ’90 del secolo scorso, per essere belle come le modelle o le star, si sono infilate in tunnel di disturbi alimentari che sono diventati una vera e propria piaga sociale; ci sono voluti decenni per poter riaffermare la bellezza del corpo in tutte le sue forme, eliminando la dittatura del canone estetico unico.

Ci lamentiamo tanto oggi della “dittatura sanitaria” ma non ci lamentiamo affatto delle tante dittature che impongono un modello unico di successo e benessere a cui tendere.

Fermiamoci. Un minuto al giorno basta. Ripensiamo alle parole che definiscono le nostre azioni, il nostro contesto, le relazioni con chi abbiamo accanto. Possiamo cambiarle? Quali parole potenziano i nostri talenti unici e quali li affossano?

Ognuno è unico perché unico è il contributo che può portare e di cui ha bisogno il mondo.

Se ci fermiamo alle azioni, al fare, allora è vera la frase “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”. Noi non siamo macchine che funzionano, che vengono al mondo per la loro utilità, ma siamo esseri umani, che vengono al mondo per arricchirlo e lasciare un’impronta che altrimenti nessun altro potrà lasciare.