Ricordando “Gattaca”

Riflessioni genitoriali


La prima volta che vidi il film “Gattaca” ero al liceo. Ricordo che mi colpì particolarmente non solo per la bellezza dei protagonisti (che comunque era stato il motivo principale per cui l’avevo guardato) ma soprattutto per il tema – poi ripreso in altri film – della manipolazione genetica.

In pratica, in questo futuro non tanto prossimo, i genitori concepiscono i figli unicamente in laboratorio, selezionando i loro geni in modo che la progenie non solo sia sana e robusta, ma risponda anche al gusto dei genitori in fatto di colore degli occhi, dei capelli, di altezza… Coloro che invece vengono concepiti naturalmente, potendo essere soggetti a difetti (anche banalmente una miopia), sono catalogati come “non validi” e relegati a una classe sociale inferiore.

È giusto? È sbagliato? Perchè alcune coppie decidevano comunque di concepire i figli naturalmente?

Non voglio oggi entrare nel tema etico della manipolazione genetica, ma fare una riflessione su questo film dalla prospettiva di genitore quale sono.

Quello che sperimento vedendo i miei figli crescere è insieme speranza e timore: speranza, per il loro futuro, tutto quello che potranno fare, per il lavoro che potranno avere, per la loro realizzazione personale e il loro impatto sulla società; timore, esattamente per le stesse cose. Credo che sia un contrasto emotivo che almeno una volta hanno vissuto tutti i genitori.

Nel film si parla esattamente di questo: perchè non fare di tutto affinchè sia la speranza a vincere sul timore? Affinchè le probabilità di successo non siano il più vicine possibile al 100%?

Il punto sta proprio in quel dato: nessuno può garantire un successo al 100%. Nel film, il protagonista “non valido” incontra un “valido” che però, avendo subito un grave incidente, è paraplegico e quindi non può realizzare le sue aspirazioni di diventare un astronauta.

Come scelta personale e di coppia, non abbiamo fatto test prenatali ai nostri figli. Li avrei accettati comunque, anche malati o con difetti genetici. La mia difficoltà, però, sta nell’accettarli comunque per le scelte che – anche se ancora bambini – fanno. Perchè non sono gentili l’uno verso l’altra? Perchè mi dicono bugie? Perchè non fanno qualcosa di costruttivo invece di fare i “coach potato*”?

(*espressione che mi piace un sacco: patata da divano, ottima metafora)

Credo che la risposta sia che le scelte dei figli mi sembrino “controllabili”, a differenza del loro corredo genetico. In quanto variabili controllabili, dovrebbero andare secondo l’educazione, i modelli e l’esempio forniti. E quando non è così, la speranza lascia spazio alla paura.

La paura è potente. La paura ha fatto sì che il cervello dell’uomo evolvesse. La paura fa rilasciare l’adrenalina, ormone che ci aiuta a compiere sforzi fisici enormi, sopportare il dolore, acuire tutti i sensi. La paura però porta anche a metterci sulla difensiva, a innalzare muri relazionali, a non fidarci, a voler ridurre tutto e tutti sotto il nostro controllo.

In questo momento di quarantena – ormai è più di un mese che i bambini non escono dalle 4 mura di casa, molto di più che non vanno a scuola o fanno sport – la loro capacità di gestire le emozioni, la fatica, la solitudine, l’attenzione nel fare i compiti è messa a dura prova e quindi sono più facilmente irritabili, emotivi, arrabbiati.

Non posso guardare la loro indolenza con il filtro della paura. Non sarà un compito fatto male oggi a pregiudicare la loro capacità di imparare in futuro; non sarà lo scatto d’ira ad aprire le porte a un futuro di delinquenza.

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Quello che maggiormente li può aiutare è che io li guardi attraverso le lenti della speranza e della fiducia.

Solo così le regole, l’educazione, la conoscenza non saranno per loro cose da cui difendersi, ma strumenti che li aiuteranno ad affrontare la vita, consci che i loro genitori li supportano.

Si sentiranno accettati, sia per il loro corredo genetico che per le loro scelte.

La penuria di lievito, una riflessione sul Talento

Nelle situazioni straordinarie come quella che stiamo vivendo, ogni società si “attacca” a qualcosa di diverso. C’è chi ha dato l’assalto alle armerie. Supermercati in cui è sparita in pochi giorni la carta igienica. In Italia, è esaurito il lievito.

Ma la mia riflessione non sta tanto sui novelli pizzaioli o i riscoperti panificatori italiani, sta nel fatto che – dopo un primo momento di sgomento – hanno iniziato a fioccare ovunque (social, chat di gruppo ecc) ricette per fare il pane e i dolci senza lievito o come anche utilizzare agenti lievitanti alternativi.

Questo mi ha fatto riflettere e spinto a scrivere questo post.

Il lievito mancante è la nostra famosa “area di miglioramento”, per essere politically correct, o la nostra “debolezza” per dirla alla vecchia.

Quante volte sul lavoro, ma anche in contesti diversi, ci è stata fatta notare? E ci è stato chiesto di migliorarla? “Sei poco empatico! Devi essere più empatico!” “Perchè sei così poco proattivo? Non dici mai niente alle riunioni! Di cosa hai paura?” e così via. E quante altre volte, nonostante i nostri sforzi, il miglioramento atteso è stato sotto le aspettative?

Il punto è che esistono agenti lievitanti alternativi. Sì, non è la stessa cosa, sì sono pù complicati, ma esistono.

Questo vale anche per noi, nella gestione dei nostri Talenti.

Da quando mi sono avvicinata alla metodologia “CliftonStrengths”, che prende il nome dallo psicologo Don Clifton, ho avuto una rivelazione su un altro modo in cui lo sviluppo personale può prendere forma. Ovvero, lavorare sui punti di forza, sui Talenti, invece che concentrarsi sui punti di debolezza.

Cosa cambia? TUTTO.

Prima scoperta: investire sui propri punti di forza aiuta a focalizzarci sul positivo, su ciò che già possediamo come Talento individuale, e questo è davvero un propulsore della motivazione. Quante volte abbiamo associato al “piano di sviluppo” un senso di frustrazione? Della serie: se ho bisogno di un piano di sviluppo vuol dire che c’è qualcosa che non va. Proviamo invece a pensare al piano di sviluppo come alla ristrutturazione e all’ampliamento di una casa: le fondamenta, i muri portanti, il tetto già ci sono, è solo questione di esaltarne la bellezza, di sostituire qualche parte rovinata, di ampliare qualche locale che è diventato troppo stretto.

Il piano di sviluppo quindi diventa: dato che ho già dei Talenti, proviamo a svilupparli ancora in modo che mi aiutino ad essere sempre più efficace nelle situazioni quotidiane (nelle relazioni, nelle decisioni, nel perseguire in generale degli obiettivi).

A questo punto la domanda – come direbbe qualcuno – sorge spontanea: e quello che manca? Se io devo prendere una decisione ma non sono abbastanza analitico?

Seconda scoperta: non c’è un solo modo di fare le cose. Ognuno di noi è diverso e ha le capacità per ottenere dei risultati. C’è chi ha le capacità per seguire la “strada maestra”, ovvero la via più consolidata, più conosciuta per fare le cose – se devo fare la pizza in casa, compro il lievito di birra fresco – e chi invece deve seguire vie secondarie, o addirittura tracciarne una nuova – vedi l’uso dei lievitanti alternativi.

Quindi se devo prendere una decisione ma non sono una persona analitica, cosa posso fare? Magari ho un talento per proiettarmi in avanti e immaginare come vorrei che fosse il futuro dopo la mia scelta; oppure sono una persona che apprende attraverso gli altri e chiedendo a persone di cui mi fido posso chiarirmi meglio le idee; magari ancora sono una persona che fatica a vedere la decisione nel dettaglio se non inserita in un quadro più ampio, che dà una prospettiva e una importanza diversa alla scelta stessa.

Lavorare sulle strade alternative è più faticoso, perchè spesso non c’è un esempio da imitare e ancor più spesso le persone intorno tenderanno a darti un feedback rispetto sempre alla soluzione consolidata: eppure, imparando ad allenare i propri talenti, ogni persona potrà trovare una modalità efficace e propria per dare un contributo alle situazioni che sarà – come ogni individuo – unico.

Cogliamo l’opportunità delle mancanze – che sia del lievito o dell’estroversione, l’analiticità, l’empatia – per trovare modi nuovi ma non meno efficaci per affrontare le situazioni.

Continuerò nei prossimi post a parlare di Talento, continua a seguirmi!

L’isolamento e la connessione (anche quando cade la Rete)

In questo periodo, così incredibile e inaspettato, sui vari Social impazzano immagini divertenti che tirano fuori il lato ironico della situazione. Una di quelle che mi piace di più è l’immagine di Igor (tratto da “Frankenstein Junior” – un impareggiabile Marty Feldman) che dice: “Potrebbe andare peggio. Potrebbe non funzionare Internet”.

Quale disgrazia! Internet è diventato prezioso come l’aria: non potremmo più fare smart working, gli houseparty con gli amici, le videochiamate con la nonna, guardare i film e le serie tv in streaming, stalkerare le persone sui Social, ordinare cibo pronto o (ma non funziona comunque) fare la spesa online, aggiornarci sul COVID19 tramite le notifiche push delle app delle testate giornalistiche… Ma se davvero dovesse succedere?

Quando si condivide un appartamento con altre 3 persone, di cui 2 di età inferiore ai 10 anni, la cosa che più manca è il silenzio. Ma di notte, quando tutti dormono, eccolo. E allora la mia mente e il mio cervello trovano spazio per rilassarsi e riflettere, lasciar fluire le emozioni e – come dice la mia app di Yoga preferita – ammorbidire il cuore.

E nell’isolamento e nella solitudine silenziosa ho riscoperto il significato che ha per me la parola “connessione”. Per me, che ho secondo il test di personalità “CliftonStrengths” proprio Connessione come primo e predominante Talento, la domanda che è sorta dopo la prima settimana di reclusione in casa è stata: ma come faccio a connettermi con gli altri se non posso nemmeno stare con loro?

Può l’isolamento essere un ostacolo alla connessione?

No.

Ho capito che l’isolamento che stiamo vivendo tutti – e dico tutti, ormai a livello mondiale – è come il crogiolo per il metallo, che ne esalta la purezza eliminando le scorie. Mi sono resa conto di quanto confondessi la connessione con gli altri con lo stare in mezzo agli altri. Lavoro con te, parlo con lei, esco con loro. Ma siamo davvero connessi?

Creare connessione vuol dire essere in grado di rispondere a un bisogno profondo dell’altra persona in modo tale che nè il tempo nè lo spazio possano in qualche modo intaccarla.

Come fare a capire quale sia questo bisogno? L’isolamento ci viene in aiuto. Nel silenzio, nella solitudine, nella noia, quali domande sorgono in noi? Quali dubbi? Paure? In quei momenti di vulnerabilità capiamo che l’autosufficienza è un mito. Che il “posso fare tutto da solo” è una bufala, che la felicità non è un cammino solitario.

Se lo fosse, saremmo tutti al massimo in questo momento, super performanti e felici.

Magari a volte è così, ma non tutti i giorni e tutto il giorno. Lo vediamo dalle persone che si mettono in coda volontariamente  alle poste pur di parlare con qualcuno (cosa che probabilmente prima odiavano fare), dalle telefonate ad amici che non sentivamo da tanto solo per un saluto e per sapere se “lì da loro” va tutto bene, fino ai flash mob e ad altri momenti comunitari a cui ci aggreghiamo perchè il nostro senso di appartenenza ha fame di connessione.

Io personalmente sto cogliendo questa faticosa opportunità per mettermi in ascolto della mia ed altrui vulnerabilità. In casa, coi bambini super agitati e urlanti, mi chiedo: come stanno vivendo la lontananza forzata dagli amici, dalle loro abitudini, lo sport, le uscite? Come posso accogliere e aiutarli a gestire le loro emozioni? Cosa posso imparare da loro? Cosa posso fare per supportare mio marito, che continua a lavorare nell’incertezza? E quando a sera mi sento esaurita e stanca, posso esprimere la mia stanchezza senza sensi di colpa accettando un aiuto o semplicemente la mia imperfezione.

Vivendo io per prima in questo modo, senza aspettarmi nulla dagli altri, si è innescato un circolo virtuoso, che io chiamo reciprocità. C’era anche prima, ed è ancora più forte oggi.

Di Goethe, quarantena e limiti

Josef Stieler – Johann Wolfgang von Goethe

Sono passati un po’ di giorni dall’ultimo post e me ne scuso. So che un vero blogger scrive quotidianamente, ma questi ultimi giorni sono stati di forte cambiamento dei normali ritmi casalinghi… e non solo perchè ci troviamo a dividere in 4 la nostra casa 24/7, ognuno con esigenze diverse, ma soprattutto perchè in questi giorni sono diventata ancora più centrale per il mantenimento degli equilibri familiari.

Da una parte, la mia preoccupazione di continuare a lavorare – e come altre persone con P.Iva sto risentendo dello stop nazionale – e dall’altra la gestione di chi guarda a me come un punto di riferimento. I miei figli in primis, per l’aiuto nella didattica a distanza, nella costruzione di attività che li portino un po’ distante dagli schermi, i familiari soli o lontani, mio marito che comunque lavora per le faccende domestiche, la cucina… Ad un certo punto mi sono sentita sopraffare.

E qui mi è venuto in aiuto il vecchio amico Goethe:

Uno non ha che dichiararsi libero, ed ecco che in quello stesso istante si sente limitato. Abbia solo il coraggio di dichiarasi limitato, ed eccolo libero.

Questa direi che è la lezione più importante della mia quarantena: riconoscere e accettare i miei limiti. Accoglierli come parte di me. Accogliere il fatto che non posso essere sempre al 100% delle energie, che certe volte vorrei smettere di cercare materiali di riciclo per i lavoretti di mia figlia e ordinare un prodotto già fatto su Amazon, che non sopporto i capricci di mio figlio ogni santo giorno quando dobbiamo iniziare a fare i compiti, che la cesta con i panni da stirare può aspettarmi piena un giorno ancora… E accettare il fatto che chiedere aiuto non è segno né di debolezza né un modo per scaricare sugli altri le mie responsabilità.

Tante volte mi capita, dato che il mio lavoro è cercare di supportare gli altri nella crescita personale, di pensare di non poter gravare sugli altri anche con le mie esigenze, portandomi – come diceva Goethe – a sentirmi limitata. Limitata nell’espressione della mia stanchezza, della mia voglia di fare qualcosa per me stessa, nelle emozioni.

Riconoscere che anche io “posso” concedermi di non rispondere alle aspettative di tutti in qualsiasi momento mi dà due grandi libertà: la prima è quella di poter lavorare sui miei limiti invece che nasconderli sotto il famigerato tappeto; la seconda è quella di riconoscere lo spazio di “avanzata” delle persone che sono intorno a me: aiutare gli altri significa anche aiutarli ad aiutare a loro volta, trovando modalità di incontro in cui ciascuna delle parti è chiamato a fare un passo nella direzione dell’altro.

In questo momento di limitazione, sia fisica che relazionale, in cui impera il “non poter fare”, la mia libertà è nel saperla accogliere ed accettare per il mio attuale e futuro “poter essere”.

Giù le mani da Walt Disney!

Sull’importanza del lieto fine

Lo so che il tuo lato cinico è già stato solleticato dal sottotitolo. La vita è dura. Le principesse, i principi azzurri… inesistenti. La magia è per i bambini.

Walt Disney – 1946

Quello che invece vorrei sottolineare oggi è appunto l’importanza del lieto fine. Walt Disney ne è stato (ed è) l’emblema, ma se prendiamo la stragrande maggioranza di film e libri che leggiamo, ci renderemo conto che narrano storie che vanno a finire bene. L’assassino viene catturato. Il cattivo di turno sconfitto. La coppia inizialmente male assortita diventa un’unione perfetta. La persona che vive in un contesto disagiato alla fine si afferma in un campo della vita.

La maestria che tutti (anche i più critici) hanno dovuto riconoscere al nostro Walt è stata l’abilità nel raccontare la storia giusta e di esaltarne il valore positivo. Ne “il Re Leone” Simba alla fine diventa Re, ma di cosa? Un terreno arido e senza vita. E lo fa perdendo suo padre e infine anche suo zio e molta parte del suo branco. Accettando di convivere per sempre con I suoi errori.

Eppure uscendo dal cinema non eravamo tristi, perchè tra il suo ruggito alla Rupe dei Re davanti a un paesaggio devastante e la fine c’è una nuova alba, una nuova vita, la savana rifiorita. In mezzo – anche se non lo vediamo – c’è il duro lavoro di un Re inesperto che eredita un deserto e lo fa germogliare di nuovo.

I lieto fine ci piacciono, ma soprattutto, ne abbiamo bisogno. Aggiungo anche: i lieto fine esistono nella vita reale.

Dipende solo a che punto mettiamo la parola fine alle nostre storie.

Una delle parole più in voga oggi nelle aziende e nei corsi di formazione è “storytelling”. Non basta più dire che cosa si sa fare, quali sono le caratteristiche tecniche del nostro prodotto o servizio, adesso per catturare l’attenzione e il cuore dei potenziali clienti bisogna raccontare loro (bene) una storia.

Il cuore dell’arte di raccontare storie, che fa parte della trasmissione della conoscenza fin dall’antichità, sta nel rendere più accessibili contenuti complessi e di coinvolgere la sfera emotiva oltre a quella razionale di chi ascolta.

La nostra sfera emotiva ha un potere enorme che potremmo aver sottovalutato. L’emozione arriva prima del pensiero e può contribuire a plasmare il pensiero stesso, perchè è strettamente collegata alle nostre percezioni. Pensa a questo: nel cuore della notte un rumore ti sveglia. È completamente buio e non riesci a vedere cosa ha originato il rumore. L’emozione della paura arriva prima del riconoscimento razionale dell’origine del rumore (un vicino di casa che ha sbattuto il portone entrando o uscendo) e attiva il sistema nervoso, accelerando I battiti cardiaci e mettendo in circolo l’adrenalina necessaria per scappare o nasconderci. Ma la stessa reazione può succedere quando il nostro responsabile in ufficio arriva urlando contro di noi o quando dobbiamo salire su un palco e fare un discorso davanti a una platea.

Le storie ci fanno vivere quelle emozioni, facendoci sentire parte di quel momento, anche se vissuto da un protagonista molto diverso da noi (come un leone della savana). E se sappiamo metterne in risalto la parte positiva, ciò che il protagonista ha imparato da ciò che gli è accaduto, come è riuscito nonostante tutte le avversità ad ottenere un risultato, l’impatto che le sue azioni hanno avuto sulle altre persone vicine, allora il nostro pensiero sarà plasmato da una visione positiva della vita.

“C’è ancora del buono qui”, “Ce la posso fare anche io”, “Voglio provare a fare come il protagonista”, queste saranno le frasi che riecheggeranno nella nostra testa.

Solo che, il più delle volte, i lieto fine ci passano accanto e non sappiamo neanche riconoscerli. Perché non ci fermiamo più a cercarli, catapultati come siamo nella prossima attività, nelle distrazioni date dal bombardamento di informazioni a cui siamo sottoposti. E in tutto quel correre e affannarci, ci fermiamo solo quando non ce la facciamo più, quando siamo stanchi e non vediamo nessuna luce in fondo al tunnel (e nemmeno più vediamo il tunnel): quale credete che siano i pensieri a quel punto? Positivi? Improbabile.

Prendersi del tempo per analizzare i successi ha un impatto motivante e ci spinge all’azione molto più che analizzare gli errori. Solo che a volte non sappiamo nemmeno più riconoscere i nostri successi!

Questo è la sfida che ti voglio proporre: ogni sera, prenditi 5 minuti per trovare un lieto fine alla tua giornata, qualcosa che hai imparato, un risultato raggiunto, e poi costruisci a ritroso la storia che ti ha portato lì. Imparerai a nutrirti delle giuste emozioni positive riguardo a te stesso, alla tua vita e alle tue relazioni… per vivere “per sempre (un po’ più) felice e contento”.

Mascherina sì, mascherina no…

Come l’Euristica della disponibilità e l’Effetto Dunning-Kruger ci stanno influenzando… molto più del Coronavirus.

L’evolversi rapido della diffusione dei contagi di COVID19 nel nostro Paese, oltre che nel resto del mondo, ha fatto sì che le precauzioni sanitarie diventassero prescrizioni.

In poche parole: sabato eravamo in allegria a festeggiare il Carnevale a Venezia, domenica saccheggiavamo le farmacie in cerca di gel disinfettanti e mascherine, lunedì (oggi) tutti tappati in casa.

Cosa ha portato una buona parte della Nazione (principalmente il Nord, visto da dove è partito il contagio) a questo repentino cambio di atteggiamento?

Da un lato i giornalisti, che oramai vivono solo di questa notizia (con buona pace degli incendi in Australia, di Trump e della crisi in Libia) e che fa da volano alle notizie politiche; dall’altro il passaparola, le chat intasatissime, i social.

Questo bombardamento di informazioni al nostro cervello fa scattare quella che i due psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman hanno chiamato nel 1973 “euristica della disponibilità”.

Questa euristica è una scorciatoia mentale che fa sì che le persone siano più portate a dar credito alle informazioni che si richiamano più facilmente alla memoria di altre, considerate quindi meno rilevanti.

Nelle prime indagini di Euristica della disponibilità di Tversky & Kahneman fu chiesto a dei soggetti: “Se una parola casuale è tratta da un testo inglese, è più probabile che la parola inizi con una K, o che K sia la terza lettera?” Il presupposto era che alle persone di lingua inglese sarebbero facilmente venute a mente immediatamente molte parole che iniziano con la lettera “K” (kangaroo, kitchen, kale), mentre ci sarebbe voluto uno sforzo più concentrato per pensare a qualsiasi parola in cui “K” è il terza lettera (acknowledge, ask). I risultati hanno indicato che i partecipanti hanno sovrastimato il numero di parole inizianti con la lettera “K” ed hanno sottovalutato il numero di parole che avevano “K” come terza lettera. Tversky e Kahneman hanno concluso che le persone rispondono a domande come queste confrontando la disponibilità delle due categorie e valutando la facilità con cui possono richiamare queste istanze. In altre parole, è più facile pensare alle parole che iniziano con “K”, più che a parole con “K” come terza lettera. Pertanto, le persone giudicano le parole che iniziano con una “K” come un evento più ricorrente. In realtà, un testo standard inglese contiene il doppio delle parole che hanno “K” come terza lettera rispetto a “K” come prima lettera. Ci sono tre volte più parole con “K” nella terza posizione rispetto alle parole che iniziano con “K”.[i]

Questo a quanto pare vale anche con le immagini, visto che la razzia di mascherine di carta, peraltro più volte indicate come inutili nella difesa contro il virus in oggetto, potrebbe essere stata causata dalle molteplici immagini di persone che le indossavano associate ad articoli o a servizi giornalistici.

Ma non fermiamoci qui: proviamo ad aggiungere all’euristica quello che dal 1999 è noto come “effetto Dunning-Kruger”[ii]. I due psicologi, da cui il nome dell’effetto, hanno condotto una serie di studi sulla capacità di autovalutazione delle persone in merito a determinate conoscenze. Sintetizzando i risultati, le evidenze ci richiamano le parole di Socrate “So di non sapere”: maggiore è la competenza di una persona in un determinato ambito di conoscenza, maggiore è la consapevolezza di quanto ancora ci sia da studiare e approfondire e quindi la sua autovalutazione tenderà a sottostimare l’effettiva competenza. Al contrario, chi meno è esperto del medesimo ambito, tenderà a sovrastimare la sua competenza in quanto all’oscuro di tutte le possibili informazioni aggiuntive.

Quanto ognuno di noi può dirsi virologo/Medico/Epidemiologo? Eppure ciascuno in questi giorni si sarà fatto un’idea e avrà commentato statistiche sulla mortalità del virus, la sua contagiosità, le sue origini; e più ci sentiamo padroni della materia più le informazioni che ci arrivano andranno a confermare (confirmation bias, altro trucchetto del nostro cervello che seleziona le informazioni che vanno a confermare un’idea che reputiamo più vera) ciò che crediamo.

Quindi, cosa fare?

I consigli sono semplici:

  1. Dato che non possiamo essere esperti di tutto, dobbiamo fidarci di persone competenti (medici, virologi) senza supporre che ci stiano per forza nascondendo qualcosa;
  2. Seguire le indicazioni sanitarie di base senza cadere nell’estremismo (come ad esempio ordinare una tuta anti bio-hazard su Internet per andare a lavorare);
  3. Ricordarci che il nostro cervello è efficiente, e vuole fare il minimo sforzo: quindi invece che lasciarlo guidare sulle scorciatoie della mente, fermarsi un attimo e usare la nostra capacità analitica per riportarlo sulla strada – meno economica – della razionalità.

[i]Da WIKIPEDIA: Amos Tversky e Daniel Kahneman, Availability: A heuristic for judging frequency and probability, in Cognitive Psychology, vol. 5, nº 2, 1973, pp. 207–232, DOI:10.1016/0010-0285(73)90033-9ISSN 0010-0285 (WC · ACNP).

[ii] “Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments.”J Kruger, D Dunning – Journal of personality and social psychology, 1999

5 semplici esercizi per allenare il tuo cervello ogni giorno

Cercando “brain training” su Google ti appaiono circa 890 milioni di risultati, quindi sappiamo che questo non è il primo nè l’ultimo articolo sul tema che leggerai.

Oggi però voglio darti 5 semplici suggerimenti non solo per avere un cervello più attivo e “sveglio”, ma vorrei aiutarti a far sì che sia anche un cervello più felice.

Come scrivevo ieri nel mio articolo “Sono fatto così!… adesso.”, il nostro cervello è costituito da una rete di neuroni collegati da sinapsi e, sebbene la capacità di creare sinapsi sia molto più forte nei primi anni di vita, durante tutta la nostra esistenza possiamo continuamente rafforzare, indebolire e creare o eliminare delle connessioni. Tutto ciò attraverso l’allenamento, ovvero la consapevole attività di esercizio, come andare in palestra per i nostri muscoli.


Bibliografia di riferimento:

“Coupling of Respiration and Attention via the Locus Coeruleus: Effects of Meditation and Pranayama” (Melnychuk, Michael; Dockree, Paul; O’Connell, Redmond; Murphy, Peter; Balsters, Joshua; Robertson, Ian. 2018/03/27 – Psychophysiology)

“Reduction of Movement in Neurogical Diseases: Effect on Neural Stem Cells Characteristics” (Adami, Raffaella; Pagano, Jessica; Colombo, Michela; Platonova, Natalia; Recchia, Deborah; Chiaramonte, Raffaella; Bottinelli, Roberto; Canepari, Monica; Bottai, Daniele. 2018/05/23 – Frontiers in Neuroscience)

“The Role of Positive Emotions in Positive Psychology. The Broaden-and-Build Theory of Positive Emotions”. Fredrickson, B. L. (2001). American Psychologist, 56, 218–226.

http://esciencecommons.blogspot.com/2013/12/a-novel-look-at-how-stories-may-change.html

https://centerhealthyminds.org/join-the-movement/innate-kindness

“Sono fatto così!”…adesso.

Accettare se stessi vuol dire accettare che possiamo cambiare

Durante l’ennesima discussione con mio figlio di otto anni (solite cose, sul disordine delle sue cose, sui libri di scuola dimenticati, sui dispetti alla sorella..), lui se n’è uscito con la mitica frase “ma io sono fatto così! Non mi puoi cambiare!”.

Ti suona familiare? Sul momento mi ha spiazzato sentirla uscire dalla bocca di un bambino, ma tante altre volte mi è capitato di sentirlo dire da colleghi, familiari, amici. “Sono fatto così” è la frase che vuole mettere un punto alla discussione: se l’altro controbatte, si sfodera l’arma del senso di colpa “perchè mi vuoi cambiare? Non ti vado più bene? Mi vuoi far diventare quello che non sono!”.

Ma quando siamo diventati così? Ed è vero che non possiamo più cambiare?

Il cervello umano conta circa 68 miliardi di neuroni, ognuno dei quli connesso agli altri attraverso un elevatissimo numero di collegamenti, le sinapsi. In passato si credeva che la struttura del cervello si definisse nei primi anni di vita, per poi restare immutata nell’età adulta. Oggi, invece, diversi studi sulla neuroplasticità hanno rivelato che la struttura del cervello continua a cambiare, anche se più faticosamente di un cervello giovane, in risposta all’apprendimento.

Gli studi sulla neuroplasticità sono iniziati alla fine del 1800 (con alcuni precursori che già ne parlavano agli inizi del XIX sec), fino ad arrivare a definire questa capacità del cervello di modificarsi sia a livello strutturale (ovvero la capacità di creare, rafforzare, indebolire o eliminare le sinapsi), sia a livello funzionale (ovvero la capacità di adibire altre aree del cervello a una funzione specifica, come la capacità di parlare, quando l’area preposta viene danneggiata).

Che impatto ha la capacità del cervello di modificarsi nella nostra vita? Potenzialmente, un impatto enorme.

Potenzialmente, certo. Perchè se continuiamo a fare le stesse cose, avere gli stessi atteggiamenti nei confronti delle persone, e fondamentalmente ci chiudiamo ad ogni forma di apprendimento, allora il nostro cervello non avrà molti stimoli per cambiare e quindi la sua plasticità ci interesserà meno di zero.

Se invece pensiamo alle innumerevoli possibilità che abbiamo (considera che il nostro cervello a 3 anni di età aveva circa 15.000 di sinapsi per neurone… da moltiplicare per 68 miliardi… un bell’hardware!) di apprendere cose nuove, di rafforzare certe connessioni, ma anche di eliminarne altre, possiamo davvero ogni giorno arrichire noi stessi di qualcosa di diverso.

La differenza sta nella mentalità, nell’approccio, o per dirla in inglese, nel “mindset”. Carol Dweck, professoressa di psicologia all’Università di Stanford, ha iniziato già oltre 30 anni fa a parlare dell’importanza del mindset come risorsa per lo sviluppo non solo psicologico della persona ma fisiologico del cervello. Il suo “growth mindset” è un approccio che evidenzia (attraverso esperimenti condotti in scuole di vario ordine e grado) come focalizzarsi sull’impegno verso l’apprendimento e non sul risultato, sulla propria capacità di imparare rispetto al cambiamento che si vorrebbe ottenere, aiuti ad essere più resilienti, più aperti verso l’innovazione e l’assunzione del rischio, e alla fine a performare meglio.

Quante volte sarà successo anche a te di aver studiato tanto e di aver preso un voto più basso di quello che ti aspettavi: non ti sei sentito anche tu un po’ sconfortato? O forse anche stupido? Perchè il tuo era un approccio orientato al risultato e non all’apprendimento.

Il focus sul risultato finale può essere molto motivante nel breve termine e anche nel medio se I risultati attesi arrivano, ma può essere anche un boomerang nel caso di insuccesso: ti porta a pensare che non vale la pena sforzarsi tanto, che forse mi sono sopravvalutata, che è meglio lasciar perdere. È quello che ti può portare a pensare: “sono fatto così, con questi limiti insuperabili”.

Il focus sull’apprendimento invece considera un fallimento, un errore, come uno degli step del percorso di apprendimento (non sempre lineare e già ben definite) e può portare benefici sul lungo periodo: apprendere dagli errori, costruire sulla propria esperienza e valorizzare I propri punti di forza ti possono aprire strade mai pensate fino ad allora, scoprire cose di te che neanche tu sapevi di avere, abbracciare le sfide invece che rifuggerle e quindi poter dire “sono fatto così, adesso… ma domani potrei essere una versione migliore di me stesso”.

Per approfondire: “Mindset. Cambiare forma mentis per raggiungere il successo” (Carol S. Dweck, 2019, FrancoAngeli Ed.)

Oggi è il giorno per fare a pezzi un elefante

Non me ne abbia il WWF…

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Oggi sono stanca, oggi mi hanno riempito di lavoro, oggi ne ho troppo da fare…

Quante scuse ci diciamo per rimandare quello che vorremmo (o dovremmo) fare? Che siano grandi progetti come cambiare lavoro, trasferirsi in un’altra città, cambiare stile di vita o iniziative come iscriversi in palestra (e frequentare!!!), rimettere ordine in cantina o semplicemente leggere quell libro che ci hanno regalato tanto tempo fa, a volte ci sembra che oggi non sia mai la giornata giusta.

Invece oggi è tutto ciò che abbiamo.

Riguardando per l’ennesima volta Kung Fu Panda con mia figlia, mi colpisce sempre quando il maestro Oogway dice: “C’è un detto: ieri è storia, domani è un mistero, mo oggi è un dono…per questo si chiama presente!”. Collegare l’oggi, l’adesso, il presente con il dono… sono andata a vedere nel dizionario etimologico, e ho trovato che “presente” è composto da due parole latine: pre- (innanzi, davanti) e sum (verbo essere), ovvero qualcosa che tis ta dinanzi agli occhi, è qui, e ti viene offerto (quindi donato).

Perchè allora ignoriamo questo dono? Perchè lunedì, domani, l’anno prossimo, quando andrò in pensione (ah ah!) sono meglio?

Ci possono essere due risposte.

La prima è la più ovvia: non è davvero una cosa importante per noi. È quasi doveroso dopo le feste natalizie dire che ci si iscriverà in palestra per smaltire, per prepararci alla prova costume, ma in fondo non ne abbiamo realmente voglia e stiamo pianificando le ferie estive in montagna. Però sentiamo una sorta di obbligo che deriva dal fatto di sentirci anche superficialmente parte di quella società che ci vuole tutti più sportivi e in forma. Allora semplicemente: smettiamo di angosciarci se non andiamo in palestra e passiamo oltre. Se fossimo realmente convinti che la palestra è una priorità troveremmo il tempo. E questo guida alla seconda risposta: se è davvero prioritario e comunque non troviamo il tempo per farlo è perchè non sappiamo come farlo.

Se ho tanta voglia di vedere come va a finire quell libro, spengo la tv e lo leggo. Semplice e lineare. Ma se si tratta di cambiare lavoro? O di trasferirsi in un’altra città (o Paese)?

Ci sembrano cose così complesse che il solo pensiero ci fa mancare il respiro, strabuzzare gli occhi, e a quel punto abbiamo già incosciamente aperto I cancelli delle scuse che facciamo entrare a frotte nella nostra mente.

Ma come dice un altro detto, dobbiamo imparare a “tagliare l’elefante a fette”. Un problema complesso lo si può affrontare suddividendolo in una serie di problemi più semplici, che messi nell’ordine giusto possono portarci dove volevamo arrivare.

Possiamo per esempio partire da queste 7 macro-categorie che ci possono aiutare a raggruppare tutti I sotto-problemi (che preferisco chiamare “fattori chiave”) che verranno fuori dalla nostra procedura di affettamento:

  1. Tempo (definire le scadenze e il tempo necessario da dedicare a ciascuna attività)
  2. Energia (livello di energia, di impegno, di “fatica” connessi all’attività da svolgere)
  3. Soldi/risorse materiali (investimenti, spese, strumenti da comprare…)
  4. Stato fisico e mentale (implicazioni emotive, ripercussioni positive o negative sulla nostra salute, conoscenze e competenze necessarie)
  5. Supporto sociale (abbiamo una rete di persone a supporto? Come semplice sostegno e incoraggiamento ma anche come mentori, insegnanti, rispetto a quello che vogliamo ottenere?)
  6. Divertimento, piacere (fattore da non sottovalutare, soprattutto se il problema richiede un impegno costante per un periodo lungo di tempo: cosa ci piace delle cose che dobbiamo affrontare? Come le mettiamo insieme ai nostri doveri?)
  7. Significato (ultimo ma non per importanza: qual è il significato più profondo dell’affrontare tutto questo? Quali le nostre aspettative in caso di successo, non solo dal punto di vista del mero raggiungimento dell’obiettivo, ma per la nostra felicità)

Se riusciamo a inserire tutte le parole, attività, dubbi che abbiamo in ogni categoria riusciremo intanto a fare ordine in quella marea di pensieri ed emozioni che prima temevamo ci travolgesse. Dopodichè analizziamo ciascun fattore: se ad esempio il “significato” di trasferirmi in un’altra città è fuggire da qualcosa o da qualcuno, siamo sicuri che quello sia il metodo giusto? L’allontanamento fisico è sufficiente? Ci sono alternative?

Così, senza pensarci troppo, avrete già fatto qualcosa in merito a quell problema o progetto, e l’avrete fatto oggi.

Non è colpa del tuo capo!

Come sgombrare le relazioni in ufficio dalla frustrazione

Premesso che non amo la parola “capo” in quanto mi ricorda un concetto obsoleto di azienda, devo ammettere che ancora oggi in Italia questa parola è diffusa nelle aziende, soprattutto di matrice italiana e imprenditoriale. Ma se anche lavori in una multinazionale dove si parla solo di manager e leader, coordinator e vice president, credo che tu abbia capito di cosa sto parlando.

Ho letto tantissimo sulla centralità della figura del manager nelle aziende. Sono la chiave per sviluppare le persone o per demolirle (e con esse l’azienda e la sua reputazione), sono l’ago della bilancia nelle performance e nell’engagement dei loro team, sono gli architetti dell’azienda di domani. Per questo le aziende investono – o vorrebbero farlo – così tanto in formazione manageriale, corsi di leadership, coaching ecc. Ma chi è il “capo”?

Il “capo” è la persona a cui sono stati affidati dall’azienda il potere di coordinamento delle attività e la responsabilità dei risultati di una o più persone, i suoi collaboratori.  

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità” diceva Ben Parker al nipote Peter, ancora agli esordi della sua vita da Spider-Man. Prima di tutto vorrei riflettere su questo binomio potere-responsabilità, la cui separazione spesso è la fonte di frustrazioni sia per il manager che per il suo team di lavoro.

Da una parte il potere: il manager può fare il bello e il cattivo tempo con il suo team, dire loro cosa fare, quando e come; dire quando possono andare in ferie e quando no, dare aumenti e promozioni o bloccare una carriera all’angolo…e ovviamente più “si sale” più sono le persone sotto la sua influenza. Quante volte abbiamo detto o abbiamo sentito un college dire: “il mio capo mi ha tenuto fino alle 21 ieri in ufficio”, “dopo tutte le ore spese su quella attività, è arrivato il mio capo e ha detto che non serviva più”, “sono anni che lavoro qui e il mio capo non mi dà neanche un aumento”. Suona familiare?

Ma se tu sei un manager, quante volte hai pensato o detto: “ho detto a quella persona cosa doveva fare per filo e per segno e ancora non mi porta I risultati”, “ho dato a tutti un aumento eppure non sono mai contenti” e così via.

Tutte queste frasi che ci diciamo (o che diciamo a chiunque, appena possiamo) sono segno che del binomio potere-responsabilità stiamo considerando solo il primo fattore. Andreotti, parafrasando Charles Maurice de Talleyrand-Périgord, politico e diplomatico del 18° secolo, diceva che “il potere logora chi non ce l’ha”. L’invidia, la frustrazione, l’insoddisfazione, sono tutti I figli di questo logoramento, che alla fine stanca, spegne la passione e al contempo accende il cosiddetto “active disengagement”, altrimenti detto, il remare contro.

Ma dove è finita la responsabilità? Chi ce l’ha?

Tu.

E anche il capo. E il tuo collega. E il dirigente all’ultimo piano.

Perchè la responsabilità di come noi rispondiamo agli eventi e al potere che altri hanno o pretendono di avere su di noi è solo nostra.

Potevo non rimanere fino alle 21 ieri sera in ufficio? A meno che le 21 non siano il mio normale orario di lavoro, direi di sì. Perchè non sono andata via? Perchè se no il mio capo si arrabbiava, perchè non sarei riuscita a finire in tempo l’attività, perchè se non lo facevo io l’avrebbe chiesto al collega e mi dispiaceva… sono tante le motivazioni, fatto sta che ogni risposta che ci diamo giustifica una scelta che abbiamo fatto. Una scelta di cui dobbiamo imparare a riprenderci la responsabilità.

Così, allo stesso modo, se sono il manager che considera un “caso perso” il suo collaboratore che non performa bene da anni, mi sono chiesta cosa ho fatto per supportarlo? Se era il modo giusto? Se l’ho ascoltato veramente? Perchè poi, alla fine, I risultati mancati di quella persona sono anche I miei.

Dobbiamo recuperare il confine delle nostre responsabilità, e con esse ne deriverà anche il potere.

Non sto dicendo il potere dato (gerarchico, monetario, di status), perchè quello come viene dato viene anche tolto, è effimero, e più ne siamo attaccati più ne siamo schiavi.

Il potere a cui mi riferisco è la capacità di prendere in mano le redini della propria vita partendo dal riconoscere che la vita non mi accade, ma è un susseguirsi di mie scelte di cui mi prendo la responsabilità. Successi e fallimenti, onori e oneri.

Allora non diremo più “è colpa del mio capo…” ma potremo dire “ho fatto questa scelta”.