L’abit(udine) non fa il monaco

Dopo il post dell’altro giorno, in cui ho citato l’etimologia della parola “grazie”, mi sono incuriosita a proposito dell’origine di altre parole. E sono “inciampata” in questa: abitudine.

Secondo l’enciclopedia Treccani, il termine è dal latino habitudo (da habitus, “qualità, caratteristica, aspetto”, a sua volta derivato da habere, “avere, possedere”). Quindi la parola abitudine in italiano significa sia il possesso di una caratteristica stabile, di un’attitudine naturale o acquisita per qualcosa, sia la consuetudine a essere e agire in un certo modo. Nel parlare comune, tuttavia, questa parola viene più spesso impiegata in riferimento a un’azione o a una serie di azioni (ho l’abitudine del fumo, ho l’abitudine di andare a correre ogni mattina) piuttosto che a una caratteristica stabile (quante volte avete parlato con un’amica dell’abitudine del corpo per riferivi alla postura? Personalmente, mai!).

Le abitudini nascono dalla ripetizione di un comportamento, ripetizione che si attua a seguito di un incentivo, sia esso negativo o positivo. Chiaro esempio di questo è stata l’introduzione dell’obbligo della cintura di sicurezza in auto: se prima ogni volta dovevamo ricordarci di farlo, ci sembrava scomodo, avremmo preferito evitare, adesso se saliamo in macchina e non allacciamo la cintura sembra che ci manchi qualcosa e ci sentiamo quasi a disagio. Questa è un’abitudine che non nasce da una ricompensa (se non il pensiero, che sembra sempre lontano da noi, che in caso di incidente avremmo molte più probabilità di salvarci la vita) ma piuttosto da un incentivo negativo (la multa e la decurtazione dei punti dalla patente). Molte altre volte invece le abitudini nascono da incentivi positivi, ovvero dal senso di soddisfazione personale che traggo dall’azione (come la carica di energia e benessere che mi dà l’allenamento fisico quotidiano).

Ma perchè scrivere delle abitudini? Perchè le abitudini rafforzano i collegamenti neuronali legati all’azione stessa, permettendo di creare delle automazioni (non devo ogni volta pensare a come impugnare la matita per scrivere) e quindi di apprendere.

Questo è il punto: non demonizziamo per forza tutte le abitudini. Quante volte la parola “abitudinario” è pronunciata con un’accezione negativa? Abitudine è parlare e pensare in un’altra lingua come fosse quella madre, abitudine è correre 10 km ogni giorno senza farsi venire i crampi, abitudine è andare in bicletta senza perdere l’equilibrio mentre si presta attenzione al traffico.

Quand’è che allora le abitudini dventano “cattive”?

Quando gli automatismi del nostro cervello ci portano a compiere comportamenti inefficaci sul piano del compito o della relazione: potrebbe essere che al momento dell’apprendimento quell’azione fosse efficace rispetto al contesto e agli obiettivi, ma col mutare delle situazioni non lo sia più; potrebbe anche essere invece che l’azione appresa sia stata dettata dalla paura e che quindi l’abitudine abbia rafforzato un comportamento di difesa e diffidenza.

Faccio un esempio che mi riporta a quando lavoravo in azienda.

In un team entra una persona nuova, fresca fresca di laurea. Il suo manager, per aiutare il nuovo arrivato ad essere operativo, pianificherà molti incontri di allineamento sulle attività, in modo da capire come la persona stia andando e se abbia bisogno di un aiuto. Col tempo, però, il manager prende questa frequenza di incontri come una modalità operativa automatica, anche se oramai il suo collaboratore non è più “il nuovo arrivato” e inizia a sentirsi soffocato da questa prassi – che probabilmente interpreta come attività di controllo. Quindi inizierà a percepire (forse in maniera non del tutto conscia) il comportamento del suo manager come di uno che non si fida di lui e delle sue possibilità e inizierà a partecipare agli incontri one-to-one stando sempre sulla difensiva, in modo da “proteggersi le spalle”: attenersi a quanto richiesto, non uscire dal seminato.

Il risultato di queste abitudini? Relazione difficoltosa, conflitto, incapacità di condivisione di idee da parte del collaboratore e ulteriore stretta nel controllo da parte del manager, che vede quel membro del team come uno che “era partito bene, sembrava avesse del potenziale, ma guardalo adesso… fa sempre solo quello che gli dico, non si prende mai una responsabilità in più, non si butta in progetti nuovi… che peccato”.

Allora siamo condannati dalle nostre abitudini? Da un lato sono un segnale che abbiamo interiorizzato una competenza, dall’altro ci portano a degli automatismi che ci rendono poco efficaci… che fare?

E qui entra in gioco la consapevolezza. Come coach, mi accorgo spesso che tutti noi in maniera involontaria o volontaria (in quest’ultimo caso, perché ci siamo creati una comfort zone dalla quale non vogliamo uscire) abbassiamo il nostro livello di consapevolezza dato che questo ci fa rallentare. Ci rende meno efficienti. Prendere coscienza di ciò che stiamo facendo mentre lo stiamo facendo non è così banale come sembra, soprattutto se non ne vediamo immediatamente gli effetti negativi.

Eppure è lì la chiave: essere presenti a sé stessi e agli altri per poter agire quella libertà magnifica che abbiamo noi esseri umani – la libertà di scelta. Ecco che allora potremo interrompere l’automatismo, potremo provare strade nuove, potremo apprendere abitudini più efficaci (almeno fino al prossimo cambiamento).

L’abitudine ci guida, ma non ci definisce. Come l’abito per il famoso monaco.

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